Serialità

Città in fiamme è la serie torbida di AppleTv+ che funziona solo a metà

I creatori di Gossip Girl portano in streaming una serie che miscela il racconto giovanile al thriller. I primi tre episodi sono in streaming dal 12 maggio

Città in fiamme è la serie torbida di AppleTv+ che funziona solo a metà
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Siamo consapevoli che restare a galla nell’attuale panorama seriale, con tutta l’offerta che proviene dalle piattaforme in streaming, è praticamente impossibile. Di fatto, proprio in questo contesto, distinguere un prodotto validato da tutti gli altri è un’impresa quasi titanica. Soprattutto perché le serie tv che oggi sono in programmazione riflettono – quasi tutte e tranne per rare eccezioni – sempre su gli stessi problemi che tanto piacciono alle platee dei social: ovvero la condizione delle donne e quella dei ragazzi spinti verso l’età adulta. Sia chiaro, in questo contesto ci sono dei prodotti molti validi come, ad esempio la distopia de I racconti dell’ancella oppure come il remake di Gossip Girl che, con i pregi e difetti, ha raccontato i giovani di oggi. Muoversi non è facile e, a volte, si rischia di portare in tv prodotti di alto profilo che non riescono però a convincere fino in fondo. È successo con Città in fiamme, la nuova serie di AppleTv+, che dal 12 maggio è in streaming con i primi 3 episodi della stagione uno.

Per il colosso che ha realizzato le perle di The Morning Show, Physical e See, si tratta del primo teen-drama che ha inserito nel suo catalogo. Per cercare di arrivare anche a quella fetta di pubblico, molto attivo sul web, per creare la Città in fiamma ha scomodato Josh Schwartz e Stephanie Savage che, di questo genere, sono dei veri e propri maestri, dato che in passato hanno portato in tv il Gossip Girl originale e il cult di The Oc. Al netto delle alte aspettative, la serie di AppleTv+ convince ma non fino in fondo proprio perché risulta essere una miscela confusa di storie e colpi di scena che appesantiscono di molto la narrazione. Oltretutto, per stigmatizzare il mondo dei più giovani perché c’è il bisogno di proiettarli in storie torbide e dal sapore crime?

Un mistero "infuocato" nell’alta borghesia di New York

Ci troviamo nel 2003 in una Grande Mela che sta facendo ancora la conta dei danni dopo il terribile attentato alle Torri Gemelle che ha dilaniato una nazione dall’interno. E non è facile muoversi in un contesto sociale del genere. Lo sa bene Samantha che cerca di restare a galla, rincorrendo il sogno di diventare una fotografa, ma proprio quel sogno sarà la sua croce e condanna. Una sera viene aggredita a Central Park. Muore senza che la polizia riesca a mettere insieme i pezzi del puzzle. Era da sola e nessuno avrebbe visto niente. Le indagini si spostano sulla sua cerchia di amici che si muovono nell’ambiente underground della metropoli, fino a quando, si scopre che proprio Samantha è collegata a una nota famiglia di imprenditori (sull’orlo della crisi) e a una lunga scia di incendi che sta sconvolgendo New York. La giovane, sua insaputa, è la pedina per scoperchiare un pericoloso Vaso di Pandora fatto di segreti e torbidissime trame d’affari.

Quello sguardo all’America post-11 settembre

È una serie dalla trama complessa quella di Città in fiamme. Anche se presentata come un drama giovanile e che rivolge l’attenzione proprio alla generazione che si spinge verso l’età adulta, la storia vira su altre tematiche tanto da snaturare il cuore pulsante della narrazione. La storia di Samantha e del suo gruppo di amici perde efficacia per fare spazio ai legami e alle sordide trame di affari di una famiglia di New York che ha creato la fortuna in campo immobiliare e che, a causa della crisi del settore, ora deve trovare il modo di non cadere a picco. Una vicenda, dicevamo, complessa, troppo arzigogolata, che non risulta per nulla appetibile. Anzi, al lupo pilot (quasi un’ora) fanno seguito altri due episodi che non riescono proprio a risollevare le sorti di una serie tv che non sa che strada intraprendere. Colpisce, però, l’intenzione di raccontare l’Ameria di ieri, ancora sconvolta dall’attentato dell’11 settembre e che, dopo due anni, piange le sue vittime e affronta tutti i problemi legati a un avvenimento storico che ha stravolto le vite di tutti. Qui si percepisce un senso di angoscia, di pena e di rabbia e, forse, è l’unica caratteristica che ha reso tale la serie tv.

Una soap-opera elitaria ma…

Pur trattandosi di una serie dai tratti poco definiti e di poco impatto emozionale resta comunque una produzione di alto profilo, che non si piega al consumo (e l’uso) del pubblico, ponendosi l’obbiettivo di non raccontare solo una storia schietta e onesta, ma di scendere più a fondo. Un punto a favore per i due creatori dello show che, con la Città in fiamme, esulano da tutti i classici stilemi da drama generazionale proponendo una vera e propria soap-opera elitaria, moderna, cruda, spessa che, alla lontana, ricorda i grandi romanzi televisivi degli ann’80. Ma, è una serie senz’anima che non arriva al cuore. Non basta l’immagine di un’America e di un New York (vagamente) modaiola per far brillare lo show. Ci si aspetta qualcosa di più da una critica – pungente – alla società dei consumi.

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Perché vedere la Città in fiamme?

Non è una serie che passerà alla storia, e questo è un dato di fatto. Un vero peccato perché da AppleTv+ ci si aspettava qualcosa di più dal suo primo teen-drama, e soprattutto, da parte del colosso dello streaming che, fino a questo momento, non ha mai commesso mai un passo falso. La Città in fiamme non buca lo schermo, e lo abbiamo già detto. I meno critici, però, in un prodotto del genere potrebbero comunque trovare qualcosa di buono. A una storia brutale e dalle sfumature thriller, si contrappone lo sguardo al mondo dei ricchi con i suoi legami e i suoi segreti. E, forse, merita di essere vista proprio perché miscela tutto in una storia ricca di dettagli.

La generazione teen che viene raccontata nel modo sbagliato

Sta di fatto che il perno del discorso è un altro. Da tempo e proprio da quando Gossip Girl ha fatto la sua apparizione in tv, si è notata l’esigenza di fotografare i giovani di oggi con storie torbide, di omicidi, di tradimenti, come se fosse l’unica scelta per cercare di raccontare la nuova generazione. Così facendo si regala al pubblico un’immagine sbagliata di quella generazione, idealizzando un gruppo di giovani a cui piace la promiscuità, che bevono e fumano con facilità e che vogliano a tutti i costi la loro indipendenza. Da anni il settore televisivo continua, pedissequamente, con questa fotografia. Può essere anche così la realtà di tutti i giorni, ma a lungo andare, anche questo modo di raccontare la generazione Z, non riesce più a bucare lo schermo. E se si pensasse ad altro? Dopotutto, non sarebbe una cattiva idea.

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