Sfilano star e ministri. «Finalmente tocca ai film»

Il presidente Croff difende «il cinema europeo» il direttore Müller quello «meticciato»

Michele Anselmi

da Venezia

È andata benone. Adesso c'è da sperare che pure la serata di chiusura, croce senza delizia delle Mostre veneziane, corra via con la stessa disinvoltura, senza intoppi e pacchianate, gaffe e autocelebrazioni. Buona parte del merito spetta all'attrice spagnola Inés Sastre, che qualcuno ricorderà protagonista del film di Pupi Avati Il testimone dello sposo. Migliore madrina non si poteva trovare per inaugurare la 62ª edizione: austera ed elegante, ma anche sorridente e magnetica nel suo argenteo abito lungo firmato Alberta Ferretti, ha fatto subito capire che la diretta televisiva curata da Raisat per una volta non avrebbe fatto troppo rimpiangere il festival di Cannes. Perfino le colleghe croniste, di solito impazienti e pungenti, se ne sono andate a scrivere con spirito più lieve. Mezz'ora in tutto è durata la cerimonia. Poi le luci si sono spente e la parola è passata fragorosamente alle spade, cioè al kolossal di Tsui Hark, tutto sangue e misticismo, Seven Swords (più tardi il sontuoso party per 1200 invitati sulla spiaggia di fronte all'Excelsior, con contorno di cibi cinesi e fuochi artificiali).
«È per me, attrice spagnola, un grande onore festeggiare con voi l'apertura della Mostra», aveva esordito la Sastre, citando Truffaut (il cinema come arte capace di abbattere le barriere che l'uomo spesso erige) e salutando il pubblico in quattro lingue. È reduce da un film di Andy Garcia e prossima a tornare sul set con Pupi Avati, dove sarà la figlia di Diego Abatantuono. Si diceva che si sarebbe ispirata un po' a Greta Garbo, ma nel suo incedere verso il Palazzo del cinema, bersagliata dai fotografi e lusingata dal conduttore Luca Vasile («Forse la più bella attrice del mondo», addirittura!), non è sembrata poi così gelida e irraggiungibile. Anzi.
L'effetto s'è fatto sentire. In smoking bianco, il presidente Davide Croff (ribattezzato David, all'inglese, da Dante Ferretti) ha letto con spigliata velocità il suo saluto, auspicando che «la conoscenza dell'altro contribuisca a nuove forme di convivenza tra gli uomini» e rimarcando, tra le finalità culturali della Mostra, «la difesa del cinema europeo». In smoking nero, il direttore Marco Müller, con l'aria di voler lanciare una stoccatina al presidente del Senato, ha ricordato la vitalità del «cinema meticciato», presentato le diverse giurie e infine, forse esausto dalle polemiche preventive, ha concluso: «Finalmente parleranno i film».
Tutto era iniziato verso le 19, quando, spentisi gli echi della colorita parata anti-istituzionale promossa da Luca Casarini e dai ragazzi del Global Beach a un centinaio di metri dal Palazzo, era cominciata la passerella di attori, registi, politici, ospiti e vip vari. Sul tappeto rosso, davanti a un pubblico non proprio folto, erano transitati, tra i tanti, Enrico Lo Verso con fascia in fronte e camicia di seta nera, Ida Di Benedetto con sguardo fiero, Chiara Caselli con lungo abito vermiglio piuttosto nude look, Isabella Ferrari con generosa scollatura e caschetto biondo, e poi il direttore generale Meocci e il consigliere Curzi per la Rai, il regista Citto Maselli, il diessino Giuseppe Giulietti, l'aennino dimissionario Publio Fiori, il top manager Franco Tatò con Sonia Raule, il ministro Buttiglione con misurato codazzo, Serena Dandini, soprattutto - di sicuro la più fotografata - Marina Ripa di Meana con il viso bizzarramente incorniciato da un cerchio rosso, intonato al colore dell'abito. In platea, anche due ex direttori di festival: Alberto Barbera (Venezia) e Irene Bignardi (Locarno).
Clima piuttosto rilassato in sala, scenografie discrete con velami tendenti al giallo e immagini cinematografiche, per una volta la platea riempita in ogni ordine di posti. Naturalmente, il glamour da solo, senza buoni film, non basta a rilanciare la Mostra, sempre che essa abbia bisogno d'essere rilanciata. Ogni anno si scrivono le solite cose (prezzi da rapina, pochi alberghi, strutture inadeguate, a quando il nuovo Palazzo, senza il mercato non si va avanti, eccetera), poi però gli accreditati aumentano, i divi americani arrivano e i media fanno il resto.

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