«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21). Abbiamo spesso letto questa frase come un confine invalicabile. Da una parte la fede, dall’altra la vita pubblica. Da una parte Dio, dall’altra il mondo. E ci siamo convinti che la laicità sia questo: due stanze senza porte, due mondi che non si parlano. Ma è un’idea falsata. Gesù non introduce un’incomunicabilità. Introduce una distinzione. E distinguere non significa separare, significa non confondere. Ci sono molte cose nella vita che non vanno confuse. Il lavoro non è la nostra identità. Il successo non è la nostra salvezza. Un affetto non è un idolo. Quando confondiamo i piani finiamo per chiedere alle cose ciò che non possono darci. Il motivo di questa distinzione è semplice e decisivo: Cesare non è Dio. E Dio, per essere Dio, non ha bisogno di essere Cesare.
Alessandro Manzoni lo aveva intuito davanti al più grande dei Cesari moderni. Morto Napoleone, nel suo Cinque maggio non si inchina all’imperatore, ma si domanda: «Fu vera gloria? Ai posteri/ l’ardua sentenza: nui/ chiniam la fronte al Massimo /Fattor». Anche il potere più vasto resta creatura. Solo davanti a Dio la fronte si piega senza umiliarsi. È questa la radice della libertà interiore: non vivere in soggezione nei confronti di nessuno. Né del potente di turno, né del giudizio degli altri, né delle mode, né delle nostre paure. Virgilio, presentando Dante a Catone, riassume così il senso del viaggio: «libertà va cercando, ch’è sì cara,/ come sa chi per lei vita rifiuta». La libertà non è un capriccio. È qualcosa per cui vale la pena donare la vita. Dostoevskij, nella leggenda del Grande Inquisitore del romanzo I fratelli Karamazov, ci ha messi in guardia: l’uomo, una volta libero, cerca subito qualcuno davanti a cui
inchinarsi. Non possiamo vivere senza inginocchiarci. Il problema è: davanti a chi? Se non ci inginocchiamo davanti a Dio, finiremo per farlo davanti a un Cesare qualunque. C’è infatti una soggezione che non schiaccia ma libera. È quella nei confronti di Dio. Non è servilismo, è orientamento. È avere finalmente un motivo per cui la vita valga la pena. Dante lo fa dire a Piccarda Donati nel Paradiso: «E ‘n la sua volontade è nostra pace».
Forse allora la vera laicità non consiste nel togliere Dio dalla vita, ma nel togliere a ogni Cesare la pretesa di essere Dio. Significa restituire a ciascuna cosa il suo giusto posto. Il denaro a chi lo ha coniato. Il cuore a Chi lo ha creato.
