Ce lo stanno ripetendo da diversi giorni: bisogna ascoltare. Finita la barbarie che ha portato qualche centinaio di ragazzini a devastare il centro di Milano uno dei verbi più usati è diventato proprio «ascoltare». Bisogna capirli, comprendere perché hanno deciso di sfondare vetrine e saccheggiare i negozi. «Condanniamo le violenze ma non bisogna criminalizzare...» e siamo sempre lì. Anche ieri sera a Milano quando è scesa in piazza un po’ tutta la sinistra, dai sindacati ai partiti al sindaco Giuseppe Sala ai vari candidati che dovranno, se votati, prenderne il testimone, il ritornello è stato questo. E se fosse il contrario? Se invece di ascoltarli si provasse ad educarli? I tempi sono cambiati: un bambino di 11, 12 anni oggi è meno bimbo di cinquant’anni fa perché ha tra le mani un Iphone, ha dimestichezza con il web e il disincanto regalatogli dalle tecnologie. Ma bimbo resta. Saper ascoltare è una delle più grandi virtù ma maschera spesso l’incapacità di dare risposte, spiegazioni, di indicare una strada che per i più piccoli è indicazione più che mai necessaria. E il sospetto è che oggi molti adulti si limitino ad ascoltare proprio perché non sono attrezzati per spiegare, suggerire, impedire. Cioè non sappiano educare. I bambini che hanno messo a ferro e fuoco Milano non l’hanno fatto perché volevano fare la rivoluzione, combattere il carovita, contestare il governo o difendere una bandiera. Hanno sfasciato tutto, filmando in diretta sui social, per portarsi via felpe e scarpe firmate, non riso e pasta, imboccando una «scorciatoia» vietata. Anziché ascoltarli ora bisognerebbe semplicemente fargli capire che non si può fare, che si sono ficcati in un guaio più grosso di loro, che dovranno pagarne le conseguenze. Ma il sospetto è che non accadrà. Il sospetto è che siamo di fronte a una generazione di genitori che ormai ha paura dei propri figli. E quindi si limita ad ascoltare.

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