La polemica sui compensi di Taylor Mega per la promozione turistica del Friuli Venezia Giulia, raccontata da Francesco Maria Del Vigo su il Giornale, riporta a galla una contraddizione: i social sono ormai uno dei principali strumenti attraverso cui ci informiamo, acquistiamo, viaggiamo e scegliamo cosa guardare, ma chi ha costruito il proprio lavoro su queste piattaforme continua a essere considerato, da una parte dell’opinione pubblica, un professionista di serie B.
Taylor Mega testimonial del Friuli ma la sinistra si indigna: la guerra ideologica agli influencerIl punto non è stabilire se 87.600 euro per otto post siano una cifra giusta o eccessiva. È capire perché il compenso di un influencer susciti spesso un’indignazione diversa da quella riservata ad altre categorie dello spettacolo e della comunicazione. Quando a essere pagato è un attore per uno spot, un conduttore per una campagna pubblicitaria o un volto televisivo per promuovere un prodotto, il meccanismo viene generalmente accettato. Quando lo stesso lavoro passa attraverso Instagram, invece, scatta il sospetto che quei soldi siano immeritati. “Se guadagni con Instagram non te lo meriti”, è il pensiero che scatta immediato in molte teste.
Una forma di snobismo culturale che racconta molto del rapporto ancora contraddittorio con il mondo digitale. Il lavoro dell’influencer viene spesso percepito come qualcosa di facile, quasi spontaneo: basta pubblicare una fotografia, registrare un video, raccontare un pezzo della propria vita. Si tende spesso a confondere il risultato visibile con il lavoro che c’è dietro. Costruire una community, mantenerla, produrre contenuti, interpretare le metriche, individuare il pubblico giusto e rendersi appetibili per i marchi richiede competenze, organizzazione e una strategia. Spesso non si tratta di un’unica persona: c’è un team che lavora perché un influencer possa raggiungere certi risultati.
Caso Promoturismo Fvg, Taylor Mega risponde alle polemiche: “La mia offerta inferiore rispetto ad altri col mio seguito”Eppure spesso ce ne dimentichiamo. Anzi. Il successo degli influencer spesso ci dà fastidio. In uno studio pubblicato nel 2025 quello di influencer viene addirittura etichettato come “dirty work”, un’attività socialmente poco rispettabile e associata a una reputazione negativa.
Naturalmente il settore non è immune da critiche. Pubblicità non dichiarata, collaborazioni poco trasparenti, follower acquistati, promozione di prodotti discutibili sono certamente problemi che possono riguardare questo tipo di lavoro. Ma contestare comportamenti scorretti è diverso dal considerare un’intera professione discutibile.
Il paradosso del caso Taylor Mega è proprio questo: utilizziamo ogni giorno i contenuti degli influencer, li seguiamo, li condividiamo e contribuiamo perfino a renderli popolari. Poi, quando quella popolarità si trasforma in un contratto, soprattutto se di un certo tipo, e in un compenso, torniamo a considerarli professionisti di serie B. La società è diventata social, il mercato anche. Il riconoscimento del lavoro digitale, invece, sembra essere rimasto indietro.
