Vorrei dire una parola che spero non scandalizzi nessuno: la santità è una chiamata per tutti, non solo per i cristiani. Lo dico proprio oggi, mentre la Chiesa celebra la solennità di Tutti i Santi, perché santo è colui che prende sul serio la propria unicità e la compie fino in fondo. Martin Buber, nel Cammino dell’uomo, racconta di Rabbi Sussja che, in punto di morte, esclamò che nel mondo futuro nessuno gli avrebbe chiesto perché non era stato Mosè, ma perché non era stato Sussja. È questa la domanda che ci attende: non se abbiamo copiato bene un modello, ma se siamo diventati noi stessi. La vera santità, infatti, è diventare. Non è semplicemente aderire a degli insegnamenti o applicare alcune regole. Pindaro lo aveva provato a dire secoli prima di Cristo: «Diventa ciò che sei». E la Prima lettera di Giovanni mette a tema proprio l’inedito di ciascuno: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1Gv 3,2). In questo senso il mondo è pieno di molti più santi di quanto noi immaginiamo. Ci sono giorni in cui guardo con ammirazione le cure di una madre, la competenza di un idraulico, la dovizia di pazienza di un medico, l’organizzazione di un manager. Penso a Hirayama, il protagonista del film Perfect Days di Wim Wenders, che pulisce i bagni pubblici di Tokyo con la cura di chi celebra un rito. Wenders non ce lo mostra come un eroe, ma come un uomo che ha trovato il suo posto nel mondo e lo abita senza riserve. Io sarei un buon prete se vivessi la mia vocazione esattamente come loro vivono la loro: intensamente, appassionatamente. Mi capita spesso di vedere persone che sanno godere della vita senza sensi di colpa e senza diventarne schiave. Anche lì vedo santità: nella pienezza con cui sanno vivere ciò che è stato loro donato. Gesù, del resto, non è venuto a toglierci la vita, ma perché l’avessimo «in abbondanza» (Gv 10,10). La santità non mortifica l’umano: lo porta a compimento. E per chi, come me, è credente e crede nella vita eterna, rimane una certezza. Quando finirà questo breve sabato del tempo, mi capiterà di incontrare persone inimmaginabili, che non hanno mai avuto un altare né un’aureola, ma hanno fatto della statura della santità la loro esistenza. Léon Bloy chiudeva La donna povera scrivendo che non c’è che una tristezza: quella di non essere santi. Oggi vorrei aggiungere che c’è anche una gioia: scoprire che lo si può diventare, ciascuno a modo suo, fino in fondo.

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