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Società

Con il lavoro Nostro Signore affida all’uomo un po’ di mondo

E come cambierebbe tutto se lavorare non fosse solo in funzione di uno stipendio, ma si ricollegasse in qualche maniera a rendere significativa la vita?

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Troppe volte abbiamo immaginato la vita spirituale come una pausa dagli impegni, dal lavoro delle nostre giornate. Una parentesi da ritagliare quando tutto il resto finalmente tace. E se invece avesse a che fare con le cose più concrete della nostra vita, a cominciare proprio dal nostro lavoro? La Bibbia, fin dalle prime pagine, non conosce questa separazione: «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse » (Gen 2,15). Prima di essere una fatica o una condanna, il lavoro è il modo con cui Dio affida all’uomo qualcosa. Non lo colloca nel giardino da spettatore, gli consegna un pezzo di mondo e gli dice che quel pezzo di mondo dipende anche da lui.

Una volta Gesù raccontò una parabola che aveva come tema proprio il lavoro, e la morale di quella parabola era molto semplice: lamancanza di lavoro coincideva con la mancanza di senso. Dio è colui che dà un lavoro, cioè dà un motivo per cui fa svegliare qualcuno la mattina, un motivo per cui esprimersi, un motivo per cui impiegare le proprie energie, un motivo per cui partecipare all’atto creativo attraverso il lavoro. «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata» (Mt 20,6-7). Questa risposta va presa sul serio, perché quegli uomini non stanno descrivendo una condizione economica, stanno confessando una ferita sanguinante. Nessuno ci ha scelti. Nessuno ha pensato che potessimo servire a qualcosa. Restare fermi in piazza tutto il giorno non è riposo, è la lenta scoperta di sentirsi inutili. E il padrone della vigna raccontato dalla parabola esce di nuovo, e ancora, fino all’ultima ora, non per speculare, ma perché non sopporta che qualcuno resti fuori dal significato.

Troppo spesso calpestiamo la giustizia sociale pensando che sia semplicemente un tema politico, ideologico o soltanto economico. E se invece avesse a che fare con l’esperienza del senso? Quando a qualcuno viene tolto il lavoro, o gli viene dato in una forma che lo umilia, non gli stiamo togliendo soltanto uno stipendio: gli stiamo rendendo più difficile credere di valere qualcosa. Ogni volta che difendiamo il lavoro di un altro, stiamo difendendo la sua possibilità di esistere davvero.

E come cambierebbe tutto se lavorare non fosse solo in funzione di uno stipendio, ma si ricollegasse in qualche maniera a rendere significativa la vita? Forse capiremmo che la vita spirituale non comincia quando chiudiamo la porta dell’ufficio, ma nel modo in cui la apriamo ogni mattina. E che il Senso non ci aspetta altrove: ci aspetta lì, nella vigna, dove la nostra fatica smette di essere una condanna e diventa finalmente un tentativo di risposta quotidiano.

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