Quest’estate, in spiaggia, un amico ipnotizzato dall’elastico dei boxer che faceva capolino sotto il costume da bagno di praticamente tutti i maschi dai quindici ai trent’anni, ha sentenziato: «La mia più grande ambizione è indossare mutande che non abbiano il nome di qualcun altro».
Per anni abbiamo creduto che la grande frattura del nostro tempo fosse tra destra e sinistra, tra analogico e digitale, tra élite e popolo. Eravamo distratti. La vera linea di confine passava altrove: tra chi considera lo stile una forma di rispetto e chi lo considera un fastidio burocratico. Lo stile è diventato sospetto. Il buon gusto è una convenzione oppressiva. Persino il silenzio è mal sopportato ed è stato sostituito dalla necessità di commentare tutto, subito, possibilmente in stampatello. Abbiamo democratizzato la sciatteria, convincendoci che ogni trascuratezza fosse autenticità. È stato un passaggio rapidissimo: dall’essere se stessi all’essere il peggio di se stessi senza nemmeno il pudore di correggere una bozza.
Quindi pezzetti di pelle che disturbano la narrazione senza trama di tatuaggi grandi come arazzi, mutande a vista o che lasciano a vista tutto quello che sarebbe preferibile coprire, ciabatte che finiscono di martorizzare il disastro estetico esibito poco sopra tra canotte e reggiseni scoordinati, alluvioni di braccialetti. Lo stile non è mai stato questione di lusso. Era economia del gesto. Era sapere quando togliere invece di aggiungere (Coco Chanel raccomandava: «Prima di uscire di casa, mettetevi davanti allo specchio e toglietevi qualcosa, andrà meglio»). Era tacere quando la frase era già completa. Oggi, invece, il mondo è dominato dall’ansia di riempire ogni spazio vuoto: parole, notifiche, emoji, punti esclamativi multipli, cuori. Una discoteca tipografica. Questa rivoluzione anti-stile si vede ovunque. Nei ristoranti che definiscono «esperienza immersiva» una carbonara servita su una pala da muratore. Negli hotel che appendono ovunque la scritta Relax in corsivo bianco su fondo tortora. Nelle case dove ogni parete ospita una frase motivazionale: Live Laugh Love, Carpe Diem. Perché la filosofia è diventata cartellonistica da outlet. Nei matrimoni trasformati in festival della rusticità artificiale. Nei menu che promettono crumble destrutturato, spuma di..., aria di..., rivisitazione contemporanea: se un piatto ha bisogno di una conferenza stampa prima di essere mangiato, forse non è un piatto. Si vede, ancora, nei locali dove il cameriere ti dà del tu e apparecchia la posata sbagliata mentre ti propone una cocktail experience. Nei negozi dove tutto è iconico, premium, tailor made, salvo poi consegnarti un sacchetto che si rompe prima del parcheggio. E si vede, naturalmente nei social, dove ogni pranzo è pazzesco, ogni tramonto è magico, ogni libro è devastante, ogni amicizia è famiglia e (quasi) tutti sono belle persone. L’inflazione emotiva è arrivata prima di quella monetaria. Si vede nelle signore in palestra che parlano della vicina con il seno rifatto mentre i filler hanno reso le loro labbra delle pensiline da benzinaio e il botox le fa assomigliare a delle arcigne Grimilde di Biancaneve. E si vede nella lingua. L’inglese infilato a caso, il prezzemolo del manager. L’abuso di assolutamente, letteralmente, iconico... gli infiniti sostantivati. Le mail che iniziano con Spero che questa mia la trovi bene. I punti esclamativi usati come respirazione artificiale di frasi prive di ossigeno. Per tacere di ciò che racconta l’abbigliamento: esiste una differenza tra il comfort e la resa. Tra vestirsi e abbandonarsi. Il cattivo gusto ha smesso di vergognarsi. Ed è diventato una categoria morale, una virtù civica. La musica troppo alta, le facce troppo rifatte, le ragioni troppo urlate, i costumi da bagno troppo piccoli, il denaro troppo improvviso. La vera rivoluzione del nostro tempo è stata l’abolizione dell’imbarazzo. Siamo in un’epoca di prestazione permanente e il risultato è una gigantesca inflazione dell’irrilevante. L’aperitivo non si beve più: si documenta. Il libro non si legge: si posa accanto al cappuccino. La vacanza non riposa: performa.
Tutto questo sarebbe irrilevante, se lo stile fosse solo una questione estetica. Non lo è. Lo stile è una forma di attenzione verso gli altri: significa provvedere a non essere un peso inutile. È il contrario del narcisismo, perché impone disciplina. È il contrario dell’esibizione, perché sceglie la misura. Oggi gli unici filtri che si usano sono quelli per ritoccare le foto sui social. Le persone sono convinte che ogni impulso meriti immediata manifestazione, che ogni opinione debba essere pronunciata (per Emil Cioran «la sincerità è la bava del cattivo umore»), che ogni dettaglio della propria esistenza sia di interesse pubblico. La fine dello stile non è l’avvento della spontaneità. È il troppo. Come quando sei un regista, monti materiale eccessivo e nessuno osa dirti: «Questa scena va tagliata». Eppure la civiltà è nata esattamente dal meccanismo contrario. Dal ripulire, sottrarre e mettere filtri. La forchetta è un filtro. Il codice della strada è un filtro. La punteggiatura è un filtro. La giacca a teatro, il tono della voce in biblioteca, il non telefonare in viva voce sul Frecciarossa: tutti filtri. Tutti straordinari progressi dell’umanità. Invece, ormai, la spontaneità viene considerata un diritto costituzionale. Così ci ritroviamo circondati da orride scene quotidiane. Il quarantenne che entra al ristorante stellato con il cappellino da baseball come se stesse per lanciare la palla decisiva e non ordinare un branzino. I Camperos a quaranta gradi sulla gamba nuda, le catene da rapper a sbilanciare la spina dorsale. Il telefono appoggiato sul tavolo come un ostensorio, le note vocali che diventano audiolibri, i passeggini trasformati in Suv, le borracce da spedizione himalayana per affrontare il tragitto casa-ufficio, le unghie fatte crescere a misura di artigli e poi laccate, decorate, rese non idonee a qualunque attività umana, gli uomini che travolgono la porta tenuta aperta da te (donna) per passare per primi come fossero inseguiti dalle fiamme. Perché la cafonaggine è urgente. Le lampadine a filamento ovunque, le labbra che paiono punte dalle vespe, i cuochi con barbe eoliche, tatuaggi e fermentazioni.
I camerieri che raccontano il piatto, come se il pomodoro avesse improvvisamente deciso di confidarsi. I politici che non parlano: lanciano un messaggio, e che messaggio... Le parole sono diventate così solenni che le cose, per reazione, sono diventate minuscole. Lo stile è un’altra cosa. È l’arte di non occupare più spazio del necessario. È una forma di modestia. Per questo la sua scomparsa pesa più di quanto sembri. Dove finisce lo stile, comincia il rumore. Se nessuno rinuncia a un selfie, una maiuscola, un superlativo, tutto finisce per avere lo stesso volume. E quando tutto urla, non si sente più nulla. La crisi dello stile riguarda la politica, il linguaggio, perfino la democrazia. Perché una società che perde il senso della misura perde anche il senso delle proporzioni. E senza proporzioni non si distingue il bello dal vistoso, l’autorevolezza dalla semplice esposizione mediatica. E il vero decadimento è smarrire il senso del ridicolo.
