«Ricòrdati della fine e smetti di odiare». Come un colpo di spada che arriva dritto al cuore, le parole del Siracide (28,6) mettono a nudo uno dei problemi fondamentali della nostra vita: l’odio.
A volte abbiamo validi motivi per odiare qualcuno. Ma la questione vera è un’altra: chi odia, in realtà, è in trappola. È legato alla vita, alla realtà, agli altri in una maniera tossica, in un modo tale da non riuscire a fare il passo successivo, a godere fino in fondo della propria esistenza.
C’è una cosa che dimentichiamo quasi sempre: l’odio non ci libera da chi ci ha fatto del male, ci incatena a lui. Continuiamo a pensarlo, a rileggere le sue parole, a rifare all’infinito la stessa scena dentro la testa. Gli concediamo uno spazio interiore che nella vita reale non gli daremmo mai.
Lo aveva capito, con una lucidità impressionante, Etty Hillesum, che nel pieno della persecuzione annotava nel suo diario: «Ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo
rende ancora più inospitale». Non è soltanto una questione morale. È una questione di respiro. L’odio ci toglie l’aria.
Svuotare il proprio cuore da tutto ciò che rallenta la vita dovrebbe essere una delle questioni fondamentali di quello che a me piace chiamare «igiene interiore». Dostoevskij, per bocca dello starec Zosima, dà dell’inferno una definizione che varrebbe la pena rileggere e incidere sul palmo della nostra mano: «La sofferenza di non poter più amare» (da I fratelli Karamazov). L’inferno non è un luogo lontano. È un cuore diventato così duro da non riuscire più a voler bene.
Smettere di odiare però non vuol dire raccontarsi che non è successo nulla, né fingere che una ferita non sia una ferita. Vuol dire soltanto non lasciare che l’ultima parola sulla nostra vita la abbia chi ce l’ha inferta.
Certamente questo non è facile, e non riguarda semplicemente una scelta intellettuale che noi facciamo. Non basta decidere con la nostra testa di smettere di odiare. Certe volte è una grande grazia, che abbiamo bisogno ci venga concessa. Del resto Ezechiele non promette che saremo noi ad ammorbidire il nostro cuore di pietra: promette che Dio stesso ce lo toglierà, per darcene uno di carne (cfr Ez 36,26).
Ma a noi viene chiesta un’altra cosa: il desiderio di smettere di odiare. Una cosa posso non riuscire a ottenerla, eppure posso desiderarla con tutto me stesso. E il desiderio è la prima forma di preghiera. Lo diceva sant’Agostino commentando i Salmi: «Il tuo stesso desiderio è la tua preghiera: e se continuo è il desiderio, continua è la preghiera».
Il punto, allora, è tutto qui. Come possiamo ricevere qualcosa che non desideriamo? È così allora che l’odio comincia a smettere di essere odio, quando in noi nasce il desiderio sincero di disfarcene anche se non sappiamo ancora in che modo questo accadrà.
