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Società

Se la vita risulta essere ancora una festa

La gioia è ciò che umanizza ogni esperienza, ma non coincide per forza con uno stato di benessere fisico o con circostanze favorevoli

Ma l'inno alla gioia non è solo "welfare"

C’è una domanda a bruciapelo che dovremmo rivolgerci tutti almeno una volta nella vita: qual è la percezione che abbiamo dell’esistenza? È quella di una festa o di un semplice susseguirsi di cose ed esperienze scollegate tra di loro? In pratica: avvertiamo gioia nel vivere o soltanto fatica? La gioia è ciò che umanizza ogni esperienza, ma non coincide per forza con uno stato di benessere fisico o con circostanze favorevoli. Dante, nel trentesimo canto del Paradiso, la chiama «letizia che trascende ogne dolore»: una gioia che sta più in profondità di ogni piacere. E Ungaretti, in piena guerra, nel gennaio del 1917, scriveva due soli versi: «M’illumino/d’immenso». Non c’era nulla di favorevole intorno a lui, eppure qualcosa dentro si era acceso. La gioia è sentirsi parte di una trama di senso, di significato.

Non a caso Gesù, in una parabola, dice che «il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio» (Mt 22,2). È come dire che siamo stati invitati a una festa. Non siamo nati e basta. Un invito presuppone sempre qualcuno che ha pensato a noi, che ci ha voluti, che ci aspetta. Il tratto fondamentale della nostra vita dovrebbe essere la gioia; potremmo quasi dire che essa è il sintomo più vero della vita spirituale. Chesterton, nell’ultima pagina di Ortodossia, scriveva che la gioia è il gigantesco segreto del cristiano. La nostra vita si ammala quando perde di vista questa dimensione di festa, quando non avverte più la gioia. Allora tutto diventa soltanto dovere, ripetizione, stanchezza. E la ricaduta esistenziale della gioia è sempre un senso profondo di gratitudine. Le ultime parole del curato di campagna di Bernanos sono: «Tutto è grazia». Non è rassegnazione, è lo sguardo di chi ha scoperto che nulla gli è dovuto e tutto gli è donato. Chi è grato non possiede di più degli altri, ma vede di più: si accorge che ogni cosa porta il segno di un dono. Chi scava nella propria interiorità attraverso il lavorio della vita spirituale lo fa per trovare qualche vena di acqua sotterranea carica di gratitudine e di gioia. «Ciò che abbellisce il deserto», confida il piccolo principe all’aviatore, «è che nasconde un pozzo in qualche luogo». Anche il deserto della nostra vita custodisce un pozzo, anche quando la sabbia sembra averlo ricoperto del tutto. Soltanto quando dentro di noi ritroviamo questa fonte, allora la nostra vita si trasforma in una festa. Non sono le circostanze a renderci felici, ma siamo noi a rendere felici le circostanze.

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