Così Victoria Ocampo mise a nudo l'anima di Lawrence d'Arabia

In "338171 T.E." la scrittrice sudamericana traccia un incredibile profilo dell'avventuriero

Così Victoria Ocampo mise a nudo l'anima di Lawrence d'Arabia

Non voleva più essere Lawrence d'Arabia. Aveva visto troppo deserto, troppo tritolo, sentito troppe bugie. Era rimasto scottato per sempre, come scorticato nell'anima. Non dal sole, non dalla sabbia, ma dall'uomo. Dalla natura dell'uomo messa a nudo dalla guerra moderna trasportata fra le dune per contaminare, in maniera definitiva, l'anima di quello che lui riteneva un popolo nobile e guerriero.

Eppure Ya Auruns, come lo chiamavano gli arabi, non poteva smettere di essere Ya Auruns, anche volendo. E allora le corse folli in motocicletta, la scrittura di I sette pilastri della saggezza, la volontà di umiliarsi e annichilirsi rinchiudendosi nelle caserme della Raf o del «Tank corps». In questa fuga da se stesso non voleva nemmeno usassero il suo nome. Per non farsi riconoscere si faceva chiamare con le iniziali e il numero di matricola: 338171 T.E. Poi ci pensarono due ciclisti, al posto sbagliato, e l'impossibilità a frenare la motocicletta, lanciata a tutta velocità, a porre fine alla sua fuga impossibile, una fuga fatta cercando di star fermo. Moriva così Il tenente colonnello Thomas Edward Lawrence (1888-1935) che nel volgere di soli 37 anni della sua vita era stato: archeologo esperto di castelli crociati, traduttore dal greco, cartografo militare, spia, capo indiscusso della rivolta araba contro i turchi, scrittore, aviere, meccanico, patito di motociclette e motoscafi.

Abbastanza per far correre fiumi di inchiostro e far girare molti film. Ma è probabile che dopo la lettura o la visione di tutto questo materiale vi restino molte nozioni, magari negli occhi delle immagini di gran fascino, e però l'uomo Lawrence continui a sfuggirvi.

Invece le poco più di cento pagine dedicate al militare britannico da Victoria Ocampo (1890-1979), pur dedicando alla biografia di Lawrence appena l'essenziale, sono capaci di dare una chiave interpretativa potente delle opere e dei giorni di questo atipico combattente/letterato. Questa biografia intellettuale che ora finalmente si può leggere in italiano, pubblicata da Edizioni Settecolori (pagg. 109, euro 16, traduzione di Fausto Savoldi, prefazione di Fabrizio Bagatti) significativamente si intitola 338171 T.E (Lawrence d'Arabia) e già dal titolo si concentra su quel deserto di contraddizioni interiori che è stato il vero campo di battaglia per l'autore dei Sette pilastri della saggezza.

La Ocampo non incontrò mai fisicamente Lawrence ma, famelica lettrice, lo incontrò precocemente come scrittore e trovò subito con lui un punto di contatto. La scrittrice argentina aveva chiaro che le grandi pianure - come le sue amatissime pampas - potevano essere apprezzate solo da chi gusta «il piacere di credere che tutto quanto vediamo è illimitato come desideriamo che sia la nostra anima». Fame di infinito, quell'infinito che Lawrence aveva cercato nel deserto. Ecco perché riesce, con grande facilità, a distillare i moventi dell'animo del giovane archeologo che divenne un leader d'acciaio. «L'ho incontrato nei suoi libri, nella musica che preferiva. Ma soprattutto l'ho incontrato nella pianura, in quella pianura in cui cercava di volta in volta di perdersi e di ritrovarsi, e che divenne ben presto per lui il deserto. Il deserto, in cui la costante rarefazione dà valore a ogni uomo».

Il deserto divenne per Lawrence/Auruns un enorme spazio di libertà dove mettere alla prova l'anima. Un posto dove cercare «una speranza così trascendente da far svanire le nostre ambizioni iniziali nel suo riverbero». Questa tensione interiore, una tensione da artista, esacerbata da un contesto di vita o di morte come quello della guerra, è il grimaldello che la Ocampo usa per capire la logica profonda dei gesti di un uomo che del deserto, inteso come volontà di ascetismo, purezza e privazione, non si liberò mai.

E da qui nasce la capacità di capire alla perfezione l'ultima incarnazione dell'uomo che volle essere chiamato 338171 T.E. e cancellare la propria fama. Non si può vincere il deserto, non si può vincere la brama delle grandi nazioni che si spartiscono persino il deserto. Forse non si può vincere nemmeno la propria brama di gloria e la propria autoreferenzialità. Ma si può provare, anche con lucida e crudele ironia, tentare l'ultima prova, annullare se stessi e ridursi a un numero di matricola. Ci riuscì davvero? Cosa pensò negli ultimi attimi di folle corsa? Se lo chiede senza risposta e con grande tenerezza la Ocampo. Non lo sapremo mai. Ma sappiamo che aveva paura «di essere solo e di esporre ai venti del caso, del potere o della lussuria, un'anima vuota che essi avrebbero trascinato via».

E questa paura ha fatto di Lawrence un uomo eccezionale, fragile e fortissimo.