Ha colto Dio di sorpresa nelle persone più umili

Denunciò i pericoli di una cultura estranea alla vita, al dramma e alla vera sete d'infinito

Ha colto Dio di sorpresa nelle persone più umili

La vera forza di un uomo di norma non sta in ciò che pensa, o che pensa di pensare, ma in qualcosa che sta prima delle parole, dei pensieri formulati, delle opinioni, e di cui la sua azione, la sua presenza nel mondo è un riverbero, un'espressione.

Olmi e io ci siamo parlati più volte. Se non siamo stati amici è solo colpa delle circostanze. L'uomo che ho conosciuto di persona non mi è mai sembrato diverso da quello che ho conosciuto attraverso la sua opera, che è un'opera complessa, da leggere tutta insieme.

Io non sono giudice del cristianesimo, né del mio né di quello degli altri. Per me è un cristiano chi ama Gesù Cristo, figlio di Dio. Nell'opera di Olmi c'è tanto di questo amore, che lui - che non amava definirsi «cattolico» - ha sempre espresso con particolare efficacia tutte le volte che il suo racconto restava inchiodato alle cose di cui parlava.

Ho molto amato film come La circostanza (1974), un capolavoro da vedere e rivedere, dove le Cose Ultime si mescolano alle piccole cose di una vita quotidiana apparentemente scialba. Di quanti e quali allarmi è pieno quel film! Ogni cosa ci fa sussultare. In ogni piccolo episodio sono in gioco la vita e la morte.

Ho molto amato La leggenda del Santo Bevitore (1988), il cui fascino - superiore, a mio parere, a quello del libro da cui è tratto, l'omonimo racconto di Joseph Roth - sta tutto nel modo di raccontare le cose nelle quali la storia s'immerge. Perché le cose sono difficili da raccontare, occorre guardarle sempre dalla distanza giusta, alla giusta altezza affinché possano diventare il ricettacolo di un destino.

Anche il suo capolavoro conclamato, L'albero degli zoccoli (1978), non lo si può leggere senza il corredo di questa estrema attenzione, che è stata una grande qualità, umana e cristiana, di Ermanno Olmi. Altrimenti ne rimane, come accadde per molti spettatori del tempo, una semplice eco nostalgica, di un mondo migliore, più semplice eccetera. No. Per capire L'albero è necessario guardare tutto Olmi, almeno a partire dal primo capolavoro, Il posto (1961).

E «tutto» significa non solo leggere i suoi libri, o le sue spesso commoventi interviste, ma guardare attentamente i documentari che realizzò sia personalmente che come direttore di diversi progetti (ne ho in mente uno, bellissimo, con il Politecnico di Milano), e che in un modo o nell'altro hanno per oggetto la periferia urbana e il lavoro.

Documentare è un lavoro difficile, perché è sempre decisiva la scelta delle cose da raccontare. Le grandi panoramiche lasciano il tempo che trovano: ciò che conta è trovare le storie giuste, quelle capaci di spalancare una finestra su tutto un mondo. E il suo è sempre stato un occhio enormemente attento.

Nonostante qualche accento dostojevskiano, il suo modello narrativo più importante è stato senza dubbio Tolstoj, che Olmi ha letto fino alla fine della vita. Ci sono molti punti di contatto tra la spiritualità dei due, che presenta talvolta qualche accento panteista. L'interesse di Olmi (come quello di Tolstoj) era quello dell'artista che sorprende Dio nelle cose, nei gesti più umili, nelle vite più semplici. La realtà doveva essere per lui una somma infinita di ferite, di aperture attraverso le quali ciascuno può intravedere l'Infinito per cui è fatto.

Qui sta forse la chiave per comprendere il suo film più tolstojano, Centochiodi (2007), forse non un capolavoro, almeno secondo me, ma un atto di civile denuncia contro i pericoli di un sistema culturale sempre più staccato, estraneo alla vita, alla sua semplicità, ai suoi drammi e alla sua incessante sete d'infinito.

Olmi credeva profondamente in questa sete, che è il fondamento della religiosità umana, senza cui la vita sarebbe una vuota ripetizione di parole e di gesti. Di qui la sua attenzione alle cose, alle parole, agli accenti. Di qui anche la sua attenzione alle periferie, perché è dalla periferia, da tutte le periferie, che si comincia a capire davvero il centro.

Sono profondamente grato a Olmi per il suo contributo non solo artistico ma anche spirituale.

Per lui la vita di ogni singolo uomo è più grande di tutto l'Universo, ogni istante della nostra vita contiene tutte le galassie, con le loro esplosioni, la loro materia oscura, la loro luce e il mistero che le governa. Adesso bisogna che la sua eredità non si disperda: sarebbe una tragedia per tutti.

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