"I pagliacci hollywoodiani di Chaplin sono degni dei Pagliacci di Leoncavallo"

Il direttore statunitense, al Macerata Opera Festival, presenta in abbinata il lavoro verista dell'italiano e la colonna sonora del muto "The Circus"

L'abbinamento è di quelli audaci. A qualcuno sembrerà forzato, magari irrispettoso. Eppure, a ben vedere c'è qualcosa di sorprendente che lega The Circus, film muto creato nel 1928 da Charlie Chaplin, a Pagliacci, opera verista musicata da Ruggero Leoncavallo nel 1892. E non solo la comune ambientazione picaresca e circense. Lo rivela Timothy Brock, direttore d'orchestra americano fra i maggiori esperti nel restauro di colonne sonore di film muti, che fino all'11 agosto dirige al Macerata Opera Festival l'insolita accoppiata. Prima la proiezione del capolavoro di Chaplin, con esecuzione orchestrale dal vivo; poi la rappresentazione del capolavoro di Leoncavallo, nello spettacolo con la regia di Alessandro Talevi.

Brock, Pagliacci viene sempre abbinato a Cavalleria rusticana o ad altre opere in un solo atto. Perché a un film, stavolta?

«L'idea era quella di offrire il meglio di due forme d'arte diverse, eppure affini, con due titoli che rappresentassero il top creativo dei rispettivi autori. Perché è proprio la musica a legare due titoli così».

Come?

«Girato nel 1928, già in epoca di cinema sonoro, The Circus è un film muto. Per la sua proiezione nei cinema Chaplin, che era un compositore a orecchio, approntò una partitura orchestrale con una tecnica allora molto in uso: quella del centone. Mescolando cioè musica propria, appositamente composta, a brani classici che potessero funzionalmente commentare scene buffe, d'amore o di tensione, firmati da compositori celebri come Wagner, Gounod, Grieg e... Leoncavallo. Insomma: in The Circus c'è anche la musica di Pagliacci! Ma la vera novità della nostra esecuzione è un'altra».

Quale?

«La partitura del '28 è stata usata fino al 1968, quando Chaplin, molto attento in tema di copyright, ne creò una solo sua. Da allora The Circus è sempre stato proiettato con questa seconda colonna sonora. A Macerata noi diamo, dopo cinquantaquattro anni, le prime esecuzioni assolute della partitura originale».

Come si comportò il compositore Chaplin con la musica del collega Leoncavallo?

«Con la disinvoltura con cui tutto il cinema muto dell'epoca pescava nel repertorio verista: senza alcun timore reverenziale. Così i Pagliacci di Chaplin hanno un sapore molto più hollywoodiano, aumentano gli effetti secondo il gusto americano anni '20. Tuttavia, anche se lontane per contesto ed epoca, è curioso quanti punti di contatto abbiano le due partiture. Nel tema, nell'ambientazione, nella passione emotiva...».

Quando restaura queste partiture non è tentato di adattarle o modernizzarle?

«Ho lavorato agli spartiti per cinema di autori illustri come Shostakovich, Saint-Saëns, Satie, Pizzetti sempre con assoluto rispetto. A quello di The Circus come se Chaplin fosse stato nella stanza assieme a me. E poi ho avuto la fortuna di incontrare gli ultimi superstiti delle orchestre che accompagnavano la proiezione dei film muti a Hollywood. I loro suggerimenti sono stati fondamentali per me. Noi abbiniamo di solito l'idea del cinema muto all'uso del solo pianoforte. Ma si utilizzavano anche orchestre intere: pensi alla partitura che nel 1917 il vostro Mascagni compose appositamente per Rapsodia Satanica, il film di Nino Oxilia».

Nel 2004 lei ha avuto il privilegio di trascrivere 13 ore di inedite composizioni di Chaplin da una registrazione in acetato, fino a quel momento sconosciuta. Che esperienza è stata?

«Un'emozione enorme. Si tratta di registrazioni casalinghe, fatte dallo stesso Chaplin: lui al piano mentre per casa girano i suoi numerosi figli, di cui si sentono le voci in sottofondo: Papà: mi aiuti a tirare l'acqua dello sciacquone?. Un documento umano.

Ma soprattutto rivelatore della sua tecnica musicale. Chaplin era più che un dilettante di talento: era un vero compositore, con un orecchio finissimo per il sentimento e per i tempi, anche se non sapeva leggere la musica».

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