"Mio padre Giuseppe calabrese per amore e libero per carattere"

La figlia dello scrittore presenta il Festival che si svolge nella sua casa di Capo Vaticano

"Mio padre Giuseppe calabrese per amore e libero per carattere"

Casa Berto si trova sopra la punta più estrema del promontorio di Capo Vaticano, a picco sul mar Tirreno. Siamo in Calabria, in provincia di Vibo Valentia: qui abitava l'indovina Manto. Si rivolgevano a lei i naviganti prima di uscire in mare aperto verso la Sicilia, tra i vortici di Scilla e Cariddi. La spiaggetta di Casa Berto è di fronte al Mantineo (dal greco manteuo, do responsi), il piccolo scoglio leggermente al largo da cui Manto vaticinava la sorte del viaggio. Giuseppe Berto (1914-1978), lo scrittore trevigiano di Mogliano Veneto autore di Il male oscuro (1964), premio Viareggio e premio Campiello, conosceva questa leggenda. Come molto altro della Calabria fin da quando, nel 1955, ci tornò con la moglie Manuela dopo essere rimasto incantato da Capo Vaticano durante il servizio militare in Sicilia. Vide la punta calabrese, e vi ritornò.

Poi che cosa accadde? Ne parliamo con Antonia Berto, figlia di Giuseppe, in occasione di «Estate a Casa Berto», il festival letterario che, dopo l'interruzione del 2020 a causa del Covid, riprende con un'edizione speciale, visto che quest'anno Vibo Valentia è la Capitale del Libro e ha chiesto a Casa Berto di portare lì gli incontri con il pubblico, in programma l'11 e il 12 settembre, dalle 19, nel centro storico, mentre gli ospiti Paolo Mieli, Iaia Forte ed Emanuele Trevi soggiorneranno come sempre nella Casa.

«In stazione - spiega Antonia - un signore disse loro che dovevano assolutamente visitare Capo Vaticano. Era ancora un terreno brullo, senza alberi né abitazioni. Mio padre acquistò per poche lire l'intero promontorio da Nicola La Sorba, un contadino che utilizzò i soldi per le nozze della figlia. E nel 1962 mio padre iniziò qui a scrivere il suo capolavoro, Il male oscuro».

Eppure, come dimostra il libro Intorno alla Calabria del 1977, lui della regione dove aveva scelto di vivere conservava un giudizio critico, avendo molte aspettative su questo territorio. Che cosa convinse suo padre a scegliere questa regione così complessa, nonostante i difetti che sempre ha denunciato? Si isolò qui per rifugiarsi e uscire da quel mondo romano monolitico di intellettuali in cui non si riconosceva?

«Lui diceva: Meglio rischiare di conoscerli, i calabresi, che di non conoscerli. Si è sempre battuto per questa terra, ma proprio perché l'amava voleva che iniziasse a guardare davvero in faccia i suoi problemi. Si era calato nel territorio, e invitava qui a Capo Vaticano tante persone, intellettuali e amici: quando c'era lui, in Casa Berto si poteva mangiare in due ristoranti e aveva creato anche un night club all'aperto. La prima casa, il Cucinone, il giardino che lui aveva creato e fatto crescere dal nulla, e le altre sette piccole costruzioni che negli anni ha realizzato immerse nel verde: era tutto parte di un vero e proprio porto di mare, giravano idee e non era un luogo chiuso intellettualmente all'esterno, anzi. Lui cercava di migliorare e di portare nuove idee. Poi certo, mio padre era scomodo, troppo indipendente e lontano da ogni ideologia. E qui si sentiva libero. Ma non è mai stato un solitario, al contrario: si era calato nel territorio e tra i suoi abitanti».

A proposito della «scomodità» di Berto: era slegato da ogni ideologia politica, in particolare lontano dai cosiddetti «intellettuali organici» (Moravia anzitutto) che dominavano il pensiero di una sinistra benpensante e inquadrata politicamente, dominante nel secondo dopoguerra. Per questo Berto fu anche escluso dai salotti culturali del periodo. In che cosa consisteva il suo essere rifiutato? Ne soffriva?

«Diciamo che lui era e si sentiva anzitutto un uomo libero. E quindi era una personalità provocatoria. Per questo gliel'hanno fatta pagare. Nel '54, intervistato da Montale a Venezia per il Corriere della Sera, Hemingway aveva sentenziato: I migliori scrittori italiani? Pavese, Vittorini... e Berto. Moravia non era stato nominato. E quando nell'estate del '61 mio padre seppe del suicidio di Hemingway, si lasciò crescere la barba. Un giorno incontrò Moravia: lui gli chiese perché l'avesse fatta crescere, e mio padre rispose: per ricordarti Hemingway. Poi se la tagliò. Se soffriva per il suo essere escluso? Certo. Ciononostante non era disponibile a scendere a compromessi: il suo pensiero era e doveva rimanere libero da ogni etichetta e ideologia».

Anche il Festival «Estate a Casa Berto» vuole riflettere su questa indipendenza di pensiero? Si può dire che sia un appuntamento per cani sciolti? Ed esiste oggi, in epoca multimediale e dopo la pandemia, la figura dell'intellettuale libero, non condizionato politicamente e socialmente?

«Certo, il Festival è libero da ogni ideologia, nel senso che noi non seguiamo alcun tipo di estremismo. Attraverso queste giornate di incontri cerchiamo di portare nuove idee, punti di vista e modi di pensare. Il Festival esiste nel 2015, nasce con Jo Lattari e Marco Mottolese: lo abbiamo voluto per tenere vivi i luoghi di mio padre. Di solito il Festival si svolge soltanto in Casa Berto: gli intellettuali e gli artisti invitati vi soggiornano, e la sera si aprono le porte al pubblico per ospitare convegni, film, presentazioni di libri. L'anno scorso è saltato a causa del Covid, e quest'anno Vibo Valentia ci ha chiesto di intervenire all'interno del loro programma di Capitale italiana del libro. È la prima volta che là si organizza un grande evento culturale, noi ne siamo felici e mio padre ne sarebbe soddisfatto: quindi li appoggiamo volentieri. Sabato 11 settembre, alle ore 19, Paolo Mieli farà il punto sulla situazione del sud d'Italia post pandemia, nonché della rilevanza della lettura per comprendere l'attualità. Domenica 12, sempre alle 19, lo scrittore Emanuele Trevi terrà una lectio magistralis sulle opere e sullo stile di Berto e sull'importanza del suo rapporto con la Calabria. Anticiperà inoltre il monologo da lui scritto e interpretato da Iaia Forte, che seguirà alle 20, dal titolo Mia nonna e i Borboni. Trevi cercava un filo che lo mettesse in contatto con la dinastia dei Borboni di Napoli. E l'ha trovato. È il ricordo di un anziano gentiluomo che conobbe negli anni '80, appassionato studioso della storia del Regno delle Due Sicilie. Quest'uomo si era legato, in un bizzarro amore senile, a sua nonna».

E il Premio Berto?

«È un riconoscimento che diamo a un'opera prima di narrativa. La premiazione avveniva un anno a Mogliano e uno a Capo Vaticano, ma dal 2022 uniremo il Premio al Festival, e durante la prossima edizione di Estate a Casa Berto premieremo anche l'autore selezionato».

Organizzare e gestire la Casa e tutta l'eredità artistica e culturale di Giuseppe Berto per lei oggi è un dono, una responsabilità, un modo per stare vicino a suo padre, una gioia o un peso? Come vive questo impegno?

«Per me è una responsabilità, ma anche una gioia. L'editore Neri Pozza sta facendo in questi anni un importante lavoro per togliere a mio padre ogni possibile etichetta ideologica. A me interessa soprattutto che emerga la sua assoluta indipendenza come libero pensatore. Quanto alla vita culturale che si cerca di portare in casa sua, penso che approverebbe».

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