Prima visione

Presentato fuori concorso all’ultima Mostra di Venezia, The Hole (Il buco) di Joe Dante è il primo film in 3D a costo relativamente basso ed è il terzo film da festival in dodici anni con questo titolo non fantasioso.
Allineando giovanissimi attori esordienti o adulti noti, ma non troppo, come Bruce Dern e Teri Polo, The Hole punta sull’atmosfera, più che sugli effetti speciali. Sebbene Joe Dante sappia sfruttare le possibilità del 3D, non vediamo chi abiti nel buco, finché costui non ne esce. E allora si pensa: «Tutto qui?». Poi ci si chiede: «Il buco è la porta dell’inferno?». E se lo fosse, e se Joe Dante si credesse Dante Alighieri, perché nel buco dovrebbero esserci finite anime di vittime, innocenti anche per età, e di chi vittima è diventata a sua volta, tentando di salvarle?
Lo sceneggiatore Mark L. Smith pare intendere il buco come accesso dell’Ade. E questo, almeno, ci evita simboli religiosi monoteisti, da quando il pericolo sotterraneo si manifesta. E poi la vicenda non è cruenta; evoca piuttosto la psicoanalisi: questi morti rappresentano le paure di ogni personaggio.
«L’inferno sono gli altri», diceva Jean-Paul Sartre; l’inferno siamo noi, dice Joe Dante. È la stessa tesi de Il pianeta proibito di Fred M. Wilcox (1956): lì si era su Marte e fra adulti (protagonista: Leslie Nielsen), ma la sostanza era la stessa.
Di solito i personaggi dei film d’orrore adolescenziali sono burattini infoiati, in attesa di una fine orrenda. Invece Dante dà loro spessore. Tutto ruota attorno al rapporto coi genitori. La ragazza dice di aver famiglia, ma i genitori sono invisibili; i due fratelli, neo-arrivati da Brooklyn (stessa origine di Joe Dante), hanno solo la madre; quando spunta il padre, non è un buon padre.
Insomma, The Hole è l’ennesima variante sugli esiti dei divorzi che giunge sul grande schermo da quando Washington - all’epoca governava Clinton - «suggerì» a Hollywood che l’America declinava perché le famiglie declinavano.

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