C'è un altro pezzo di calcio italiano che debutta in questo mondiale dall'incipit trasgressivo e si chiama Fabio Cannavaro. È lui il ct dell'Uzbekistan, tra le prime nazionali a qualificarsi per l'edizione xxl a 48 squadre e deve vedersela con la Colombia che ha una collaudata tradizione in questa vetrina e qualche storia di tifo esasperato da dimenticare. È la sua prima partecipazione a un mondiale dalla panchina di ct ma non è la prima in assoluto da calciatore perché Cannavaro resta per tutti noi l'indimenticabile capitano di quella Italia che a Berlino ribaltò i pronostici e alzò al cielo la coppa tutta d'oro.
Non ha a disposizione un'armata calcistica, intendiamoci subito nonostante i suoi vengano presentati in patria come i lupi bianchi. Possono azzannare una partita, sarà complicata la qualificazione anche come terza visto che oltre alla prima del girone, il Portogallo, c'è anche il Congo. È di sicuro tutta da scoprire e da valutare. Mentre Fabio Cannavaro continua a risultare ignorato dal calcio italiano per motivi misteriosi. Il suo curriculum parla molto chiaramente: ha cominciato da ct in Cina e con risultati sorprendenti poi è stato a Benevento per pochi mesi quindi è passato da Udine dove ha avuto il coraggio di assumersi un rischio clamoroso. A 5 turni dalla fine del torneo ha provato, e ci è riuscito brillantemente, a salvare i friulani dalla dolorosa retrocessione in serie B vincendo la sfida decisiva a Frosinone. Bene: nemmeno allora riuscì a riscuotere una parte del credito doveroso e fu costretto ad attendere la chiamata in Croazia della Dinamo di Zagabria con cui si è tolto lo sfizio di piegare addirittura il Milan di Conceiçao nel girone iniziale della Champions league (i rossoneri rimasero in dieci per la sciagurata espulsione di Musah, inizio 2025).
Oggi alla luce di alcune scelte recenti (la Juve con Spalletti, l'Atalanta con Sarri, la Lazio con Gattuso, il Napoli con Allegri, la Fiorentina con Grosso) proprio il Milan sembra percorrere la strada in direzione opposta rivolgendosi al mercato straniero (Amorim, un portoghese, per la panchina più un ticket tedesco per l'area tecnica) a dimostrazione che non si tratta di una scelta riferita al passaporto ma all'idea calcistica incarnata dall'ex tecnico del Manchester United che deve la sua popolarità alle stagioni vissute sulle panchine prima del Braga e poi dello Sporting di Lisbona guidato al successo dopo anni
di vano inseguimento. Lo stesso dettaglio contrattuale (3 anni più opzione sul quarto) segnala oltre che la fiducia nelle sue idee e nel suo calcio proposto anche la voglia di attendere che maturino i risultati migliori.