A ottant'anni un uomo è brina sulle tegole del tetto. Il proverbio è cinese, una delle cento terre nelle quali è passato Fabio Capello. Osservando il suo volto, ascoltando il suo dire, capisci che il tetto, sul quale la brina è destinata infine a sciogliersi in acqua, è solido, compatto, come è stata la vita di questo uomo bisiaco, dalla bazza pensierosa, sempre ordinato nei pensieri, nella parola, negli abiti. Un ragazzo cresciuto in fretta, un frut della guerra in quella parte d'Italia che soffriva i tormenti e le lotte fratricide, gli agguati dei comunisti, il lontano rumore titino. Suo padre, Guerrino, maestro elementare e carabiniere uso ad obbedir tacendo, aveva conosciuto bene, aggettivo inopportuno, le leggi bastarde della guerra, due anni nei campi di concentramento, il buio oltre la siepe prima del ritorno e la voglia di dare vita, con Evelina moglie e poi madre, a Fabio. Era un tempo che pochi oggi possono immaginare e molti fantasticare per interessi ideologici. Pieris, la tappa del Giro, da Rovigo a Trieste, bloccata, l'agguato, spari, chiodi, pietre, feriti, arresti, l'aggressione ai ciclisti di chi si opponeva all'unità del Paese e chiedeva l'annessione alla Jugoslavia, fotografie di una comunità avvelenata, frammentata, addirittura in odio, Turrico e Pieris fra questi, divisi dal cippo chilometrico, in quell'Italia lì, a Sagansiàn d'Isonzo, così pronunciato nella lingua bisiàca, San Ganziàn in lenghe furlane, Fabio Capello incominciò la sua vita diversa e uguale, mai dimenticando le radici eppure diventando cittadino del mondo, non soltanto quello del football. L'Isonzo, Lisonz, fu la sua piscina privata, Ungaretti lo descrisse così ne I Fiumi: "...Stamani mi sono disteso in un'urna d'acqua, E come una reliquia ho riposato, l'Isonzo scorrendo mi levigava come un suo sasso. Ho tirato su le mie quattro ossa E me ne sono andato come un acrobata sull'acqua". Se c'erano trote, meglio, a pesca e poi sui carboni, la vita era fresca, trasparente come lo smeraldo del fiume e l'acrobata Fabio non smarrì mai l'equilibrio. A scuola, diligente e severo come Evelina e Guerrino avevano spiegato, poi il pallone, perché in famiglia se ne parlava grazie alle imprese di Mario Tortul, fratello minore di Evelina, dunque zio Mario, tosto e narratore delle esperienze nella lontanissima Puglia dell'Arsenaltaranto e poi, a Genova, con la Sampdoria. Ascoltare certi racconti fu come incominciare a viaggiare, così fu verso Ferrara, simbolico il nome della squadra, Società Polisportiva Ars et Labor, sostantivi latini timbri del suo passaporto di vita e professionale. Il tempo gli ha regalato tutto quello che un calciatore e un uomo possono desiderare, innanzitutto, prima di tutto, Laura Ghisi, emiliana di San Giovanni in Persiceto, donna silenziosa e decisiva moglie e madre, amore e impegno quotidiano, l'incontro più importante e imprevedibile, uno sguardo sull'autobus, le passeggiate verso i Giardini Garibaldi, viale Cavour, le mattine nebbiose sul Po e il Volano, anni di veloci fantasie, quindi il matrimonio e la storia eterna, cinquantasette anni costanti, continui, mai uno spiffero privato, mai una esibizione pubblica di baci e abbracci in un mondo che ormai è uno sguaiato set cinematografico. Fabio Capello ha prima giocato a football e poi ha imparato a giocarlo, quindi ad insegnarlo, il classico tragitto di chi ha saputo apprendere la lezione. Duro, spigoloso, anche nei tratti del viso, un cipiglio che non ha bisogno di spiegazione, un silenzio che parla, ha vissuto a Roma e Torino e Milano e Londra e Mosca e Madrid e Pechino, congiunzioni che si sono interrotte, per rinuncia, soltanto in Cina, là dove Laura non poteva o voleva trasferire la propria vita già matura. Ha conosciuto presidenti e dirigenti di vario conio, Mazza il primo, totale, Franco Evangelisti Politico, Francesco Ranucci Provvisorio, Alvaro Marchini Grande, di idee diverse, Boniperti calciatore e presidente, Vittorio Duina Imprenditore coinvolto, Felice Colombo Grande uomo, Gaetano Morazzoni Provvisorio, Giussy Farina Uomo di calcio e caccia, Adriano Galliani Grande dirigente, Silvio Berlusconi Il Presidente, Lorenzo Sanz Presidente di un club difficile, Franco Sensi Voglio bene alla sua famiglia, Umberto Agnelli Grande come il fratello, presidente e uomo sensibile, Antonio Giraudo Il numero uno dei dirigenti. A Torino, Italo Allodi gli fece scoprire l'arte pittorica, da allora la frequentazione di gallerie e musei, l'amicizia con Alberto Burri, le opere minimaliste di Enrico Castellani, l'arte povera di Pistoletto, i dipinti di Pizzi Cannella, i quadri sono le sue coppe private, la collezione accanto ai trofei dei campi di gioco.
Il Bignami ricorda la notte del gol a Wembley, i giorni con Pasolini e Bruno Pizzul, le sabbiature a Grado, l'amicizia con Edy Reja da Lucinico, gli scudetti e le coppe dei campioni, le nazionali inglese e russa, le ginocchia ammaccate e logore, e poi Edoardo e Pierfilippo, la Capello United, e ancora il contenzioso tattico e filosofico con Arrigo Sacchi o Pep Guardiola, idee ferme, lontane dal compromesso ipocrita di altri colleghi, infine le lezioni al tavolo accademico di Sky sport. Provaci gli diceva Guerrino e Fabio non ha mai smesso di provarci. Il frut di Sancansiàn ha ottant'anni, la brina si è sciolta al sole, il tetto è sempre più solido.