Quel muro di amore che l'ha protetto da tutti

I giocatori danesi intorno a Christian perché non venisse ripreso. Una grande lezione di umanità

Quel muro di amore che l'ha protetto da tutti

Basta! Via! Lontani da questa prigione dello spettacolo. Quelle maglie rosse e bianche si sono strette, le facce che pregavano un Dio, gli occhi che chiedevano pietà. Le mani conserte, le mani sulle spalle, una roccaforte umana ha aperto il cuore a tutti noi che guardavamo. Voi non dovete guardare, ci dicevano. Questo non è sport, non è spettacolo, questa è la lotta della vita. Questa è la lotta di Christian e di tutti noi con lui. Christian finito faccia a terra, come una mano l'avesse spinto mentre cercava di acchiappare l'ultimo soffio d'aria.

Guardali, eccoli, meravigliosamente umani, non pietosi ma arcigni nel difendere quel dramma. C'era Eriksen per terra, steso, deciso nel suo dire: no, maledetta non l'avrai vinta. E loro a recitare un dramma senza copione: Kjaer, l'amico di Christian e Schmeichel il vecchio portiere, capitano, che teneva la testa di Poulsen. Wind e Christiansen, Delaney, Maehle, tutti. Catenaccio dell'amore: per la vita e per il compagno. Una volta si chiamava Pietas. Oggi la potremmo ribattezzare dignità del sentirsi uomini, voglia di togliersi la maglia del calciatore per ritrovare ogni sentimento che strappa l'angoscia. Nessun racconto di film e filmati potrà essere più commovente di quel manipolo di ragazzi schierati davanti a tutto il mondo. Eriksen ne sarà orgoglioso. E lo ha dimostrato subito, passata più di un'ora quando, in ospedale finalmente recuperato alla vita, dirà loro: «Andate, giocate, io sono qui».

Ma non potremo dimenticare spettatori che scrutavano, cercavano, imploravano di capire: mostravano occhi lucidi. Si scoloriva sulle guance bagnate il disegno della bandiera rossa danese, come volessero diventare bandiere a mezz'asta. Ma non servirà. Eppoi i giocatori della Finlandia increduli e silenziosi, Kasper Hjulmand, il ct, piegato in ginocchio focalizzato in una sola visione. E le telecamere che, compreso il momento, divagavano. Ma non potevano staccare l'obbiettivo da quella fantastica prova di orchestra umana. Non ci sarà mai più partita di calcio così travolgente nei sentimenti. Non riusciremo a dimenticare la dolcezza di Sabrina, la moglie di Eriksen, che entra sul campo carezzata dall'allenatore danese, abbracciata e stretta da Schmeichel, poi faccia contro faccia con Kjaer, l'amico della vita milanese. Silenzio, passione, amore, preghiera, senso della nostra essenza umana: tutto questo ha traversato il Park stadium di Copenaghen. Infine quel felliniano scorrere di un corteo mesto e sacrale, tre teli bianchi e la bandiera danese a nascondere la barella con Eriksen finalmente ad occhi aperti. Ma loro, i suoi corazzieri, si sono mossi come le antiche testuggini romane di Marco Antonio. Tristi e fieri, amici e solidali. Legionari che levavano lo scudo delle maglie contro gli sguardi di un mondo guardone. Ma forse, stavolta, solo drammaticamente angosciato.

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