Simone Inzaghi, l'uomo solo al comando

Gruppo indebolito, ma ha il gradimento di gran parte dello spogliatoio

Simone Inzaghi, l'uomo solo al comando

«Siamo passati dalla dittatura alla democrazia!». La battuta può sembrare irriverente nei confronti di uno dei protagonisti e invece testimonia soltanto il cambio di personalità e di metodo al comando di Appiano Gentile. Antonio Conte, consapevole di dover colmare le tante lacune tradite nei precedenti 10 anni del post Mourinho, si è occupato non solo di allenare (benissimo) l'Inter ma anche di governare metodi di lavoro, disciplina organizzativa chiedendo a tutte le sezioni del club il massimo dell'impegno e della disponibilità, sopportando così e anzi riempiendo il vuoto della proprietà rimasta assente con ritardo nel pagamento degli stipendi.

Simone Inzaghi invece è entrato in punta di piedi nella stagione post scudetto, aperta da due cessioni eccellenti, e ha chiesto sin dall'inizio a tutti di collaborare. Di qui la spiegazione dell'incipit: il primo ha trasformato l'Inter in una caserma dove c'era un solo capo, l'altro ha chiesto a tutti di fare la propria parte. Così l'Inter ha rimesso al centro del villaggio neroazzurro una diversa figura dell'allenatore, in passato preso di mira durante gli ultimi anni, discussa, criticata e in qualche caso (Mazzarri) sbeffeggiato per la scusa, non proprio lungimirante («poi si è messo a piovere»). Mancini e Spalletti furono accolti con promesse di mercato non mantenute.

Simone Inzaghi, con quel po' po' di predecessore, può contare su una condizione molto favorevole. Ha capito in pochi giorni che il gruppo, allenato all'intensità e al rigore professionale da Conte, è in grado di garantire affidabilità, attenzione e tensione. E in cambio, il tecnico, insieme con il suo staff, ha riscosso già il gradimento di gran parte dello spogliatoio. Si sa come va nel calcio, un po' come col nuovo professore salito in cattedra: i giudici più intransigenti (e attendibili) sono gli studenti, nel nostro caso i calciatori.

A Simone Inzaghi, però, è cambiata la prospettiva. È arrivato con Hakimi in partenza e la garanzia che Lukaku sarebbe rimasto. Da qualche giorno ha capito che non è proprio così e si sta preparando a cavalcare l'unico aspetto positivo di questa scelta societaria. Non potrà più partire testa di serie e candidato numero uno a rivincere lo scudetto come lo stesso Allegri aveva segnalato. Non è granchè, naturalmente. Perché poi il resto dipenderà dal sostituto del belga e da un traguardo intermedio che è già diventato parola d'ordine del nuovo corso: superare il girone iniziale di Champions League, traguardo non riuscito a Conte per due anni col quale i paragoni saranno un supplizio inevitabile. Sono cambiate le aspettative, la rincorsa alla seconda stella (dixit Marotta) finirà in un cassetto ma staff tecnico e calciatori hanno già cominciato a masticare amaro dinanzi ai pronostici apocalittici di tifosi e finti esperti. Le motivazioni nel calcio sono il 50% del rendimento e dimostrare d'essere squadra di rango anche senza Romelu diventerà il cavallo di battaglia dell'intera Inter da qui alle prossime settimane.

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