Sotto la Madonnina spunta il dragone. Ma in via Sarpi il derby resta milanese

Solo indifferenza tra i connazionali delle nuove proprietà dei club

Sotto la Madonnina spunta il dragone. Ma in via Sarpi il derby resta milanese

Via Paolo Sarpi bardata a festa, le bandiere rossonere e nerazzurre a pendere dai negozi di abbigliamento e di telefonini, la comunità cinese che si spacca tra chi tifa per i ragazzi di Yonhgong Li e chi si sgola per la squadra di Zhang Jindong: insomma, la Chinatown del capoluogo lombardo svegliata al tifo calcistico dal primo derby nel segno del Dragone. Ebbene: nulla di tutto questo è accaduto. Per quanto inatteso possa suonare, la vigilia del derby è per il popolo cinese di Milano assolutamente identica ad ogni altra vigilia di derby e a ogni altro giorno lavorativo: un formicolare inesausto in cui la italica passione del pallone non sembra avere contagiato nessuno, neppure adesso che gli inesauribili forzieri delle imprese di Pechino si sono impadroniti di Milan e Inter.

Eppure neanche se avessero comprato la Scala o il Pirellone i miliardari post maoisti avrebbero segnato in modo più eclatante la loro conquista della capitale morale. E ci si potrebbe attendere che questo generi sentimenti di orgoglio, se non di rivalsa, in una comunità che da Milano è stata vissuta da sempre con sentimenti contrastanti, accoglienza e diffidenza, rispetto e insofferenza. Che siano i cinesi oggi a comandare dove una volta c'erano milanesi a tutti quarti, i Masseroni e i Fraizzoli, i Colombo e i Berlusconi, legittimerebbe in fondo qualunque abitante di via Paolo Sarpi e dintorni a mettere il petto un po' in fuori, sentendosi come quei camerieri che per alacrità propria e/o sonnolenza altrui si ritrovano un giorno padroni del ristorante. Ma nulla di questo accade. Se si sentono oggi anche loro un po' più padroni di Milano, lo nascondono perfettamente. E il sabato pomeriggio di via Paolo Sarpi si snoda lungo i riti consueti, i carrelli stracarichi che scivolano sui marciapiedi, si infilano nei portoni e nei negozi. Dell'ansia che ad ogni vigilia di derby annoda il piloro di ogni milanese che si rispetti non c'è traccia, nella frenesia ordinata e un po' imperscrutabile che anima Chinatown. Nessun fozza inda risuona sotto le luminarie natalizie che iniziano a fregiare le facciate.

Di più: è come se in qualche modo ci fosse una ritrosia di fondo ad affrontare il tema. Dietro le vetrine del Milan Phone Center, basta poco per capire che l'insegna non è un tributo alla squadra. Il commesso non spiccica una parola di italiano, alla domanda sul derby spalanca gli occhi, compone un numero sul cellulare, dall'altra parte c'è una voce di donna. Signora, la emoziona pensare che domani scenderanno in campo due squadre cinesi? No.

Come stiano davvero le cose, d'altronde, lo racconta bene Francesco Hu, uno dei pochi con cui si riesce ad affrontare il tema: che però vive in centro, lontano dalla febbrile isola pedonale di via Paolo Sarpi. «La verità - dice Hu, venticinque anni, interista dichiarato - è che l'arrivo dei capitali cinesi nelle squadre milanesi non ha emozionato particolarmente nessuno di noi. Chi si era già appassionato al calcio italiano, come me, continua ad esserlo; ma dubito che si sia innescato un mercato indotto. Chi si disinteressava del pallone, a infischiarsi di Inter e Milan, continua a disinteressarsene anche se dietro ci sono aziende cinesi». Ma non doveva essere anche una gigantesca operazione di marketing per allargare il numero dei supporter? «In Cina, forse. Qui di un fenomeno del genere non vedo traccia».

D'altronde cosa, oltre al passaporto e gli occhi a mandorla, accomuna i manager globalizzati di Suning o della cordata Sino Sport a questa umanità umile e determinata? Viste da via Rosmini, via Niccolini, via Signorelli, il reticolo di strade dove gli ideogrammi al neon illuminano la sera, le manovre più o meno limpide che hanno portato i manager cinesi fino alla tribuna d'onore di San Siro devono apparire sideralmente lontane. All'angolo di via Messina, davanti ad un negozio di calzature, cinque o sei ragazzi ciondolano: e sono esattamente nell'età in cui un ragazzo italiano della loro età ha il pallone al primo posto (o al massimo al secondo) dei suoi pensieri e delle sue chiacchiere. Eppure se si chiede anche a loro se il derby di oggi sarà un evento, se porti con sé emozioni o significati, scrollano il capo. Ma il calcio non vi piace? «Ci piacerebbe, ma non abbiamo tempo».

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