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La crudeltà umana non ha passaporto

Ad Amendolara non troviamo il colono europeo, il razzista, il suprematista bianco. Troviamo uomini che sfruttano altri uomini appartenenti alla stessa comunità. Troviamo violenza, sopraffazione e criminalità

La crudeltà umana non ha passaporto

Caro Direttore Feltri, sono rimasto sconvolto dalla vicenda di Amendolara, in Calabria, dove quattro lavoratori migranti sono stati bruciati vivi all'interno di un veicolo. In un primo momento qualcuno aveva ipotizzato il solito movente razzista. Poi è emerso che i responsabili sarebbero altri immigrati appartenenti alla stessa comunità. Le immagini diffuse dai telegiornali e le testimonianze dei sopravvissuti sono agghiaccianti. Si parla di uomini costretti a lavorare nei campi in condizioni degradanti, senza una vera retribuzione, ammassati in alloggi di fortuna e sottoposti a forme di sfruttamento che sembrano appartenere ad altri secoli. Direttore, che idea si è fatto su questo fatto di cronaca? Cordiali saluti,

Giuseppe Grillone

Caro Giuseppe, la vicenda di Amendolara mi ha profondamente colpito e, lo confesso, mi ha lasciato addosso un senso di orrore che raramente provo di fronte alla cronaca. Non soltanto per la brutalità del delitto, ma per ciò che esso racconta del nostro tempo e delle menzogne ideologiche che da anni vengono propinate all'opinione pubblica. Parliamo di esseri umani bruciati vivi. Fermiamoci un istante su queste parole. Bruciati vivi. Non accoltellati durante una rissa. Non uccisi in un regolamento di conti consumato nell'arco di pochi secondi. Bruciati vivi. Intrappolati in un veicolo trasformato in una fornace. Una morte che definire atroce è riduttivo. Le testimonianze emerse sono sconvolgenti. Un sopravvissuto ha raccontato condizioni di lavoro e di vita che richiamano forme primitive di sfruttamento. Uomini costretti a raccogliere frutta e ortaggi per pochi spiccioli o addirittura senza ricevere quanto promesso, costretti a vivere in condizioni indegne, ammassati come bestiame.

Ora mi domando: dove sono gli indignati professionisti? Dove sono coloro che ogni giorno spiegano agli italiani che il male nel mondo ha sempre lo stesso volto, quello del maschio bianco occidentale, possibilmente eterosessuale, possibilmente cristiano, possibilmente conservatore? Per anni ci è stata raccontata una favola infantile. Da una parte il carnefice. Dall'altra la vittima. Da una parte il bianco. Dall'altra il migrante. Da una parte l'oppressore. Dall'altra l'oppresso. La realtà, come spesso accade, si è incaricata di demolire questa caricatura.

Ad Amendolara non troviamo il colono europeo, il razzista, il suprematista bianco. Troviamo uomini che sfruttano altri uomini appartenenti alla stessa comunità. Troviamo violenza, sopraffazione e criminalità che non hanno bisogno dell'uomo bianco per esistere. È una verità scomoda, ma resta una verità. Lo sfruttamento non ha colore della pelle. La crudeltà non ha passaporto. La barbarie non appartiene a una sola cultura. Eppure esiste una parte del dibattito pubblico che continua ostinatamente a leggere ogni fenomeno attraverso una lente ideologica deformante. Se la vittima è immigrata e il responsabile è italiano, si parla per settimane di razzismo, discriminazione, odio.

Se la vittima è immigrata e il responsabile è un altro immigrato, improvvisamente cala il silenzio.

Perché? Perché in quel caso la realtà smette di essere utile alla propaganda. Ma c'è un altro aspetto che mi preoccupa. Da troppo tempo fingiamo di non vedere che sul territorio nazionale operano organizzazioni criminali straniere perfettamente strutturate. Non bastavano le mafie che già conoscevamo. Abbiamo importato anche nuove forme di criminalità organizzata. Esistono gruppi criminali nigeriani, gruppi criminali cinesi, gruppi criminali balcanici, gruppi criminali pakistani e di altre nazionalità che esercitano controllo economico e sociale su porzioni delle rispettive comunità. Negarlo significa chiudere gli occhi. Riconoscerlo non significa essere razzisti. Significa essere realisti. Lo Stato ha il dovere di proteggere chi vive legalmente sul nostro territorio, indipendentemente dalla provenienza. Ha il dovere di reprimere ogni forma di schiavitù moderna. Ha il dovere di impedire che quartieri, campagne e settori economici diventino terreno di conquista per organizzazioni criminali che prosperano nell'ombra.

Le immagini di Amendolara ci ricordano una cosa semplice e terribile: le vittime meritano giustizia anche quando la loro sofferenza non si adatta agli slogan politici del momento.

Ed è proprio per questo che non dobbiamo permettere che questa vicenda venga archiviata in fretta. Perché quei quattro uomini non sono morti soltanto in modo atroce. Sono morti raccontandoci una verità che troppi preferirebbero non ascoltare.

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