Gentile Direttore Feltri,
ho letto delle nuove linee guida europee che inviterebbero le emittenti a evitare inquadrature considerate sessualizzanti delle atlete durante le competizioni sportive. A me sembra l’ennesimo tentativo di vedere sessismo anche dove c’è semplicemente sport. Lei condivide queste nuove indicazioni o le considera l’ennesimo eccesso dell’ideologia contemporanea?
Valeria De Rosa
Cara Valeria,
non solo condivido il tuo stupore, ma confesso di provare anche una certa tenerezza nei confronti di chi, nel 2026, riesce ancora a vedere il peccato originale in un paio di pantaloncini da atletica o in un costume da nuoto. Evidentemente c’è chi, invece di godersi una gara, passa il tempo a misurare quanti centimetri di coscia siano stati inquadrati. L’ultima trovata consiste nello stabilire come si debba riprendere un’atleta durante una competizione per evitare la cosiddetta sessualizzazione. Come se il problema dello sport fosse l’inquadratura e non il cronometro, il salto, il gol, la prestazione. Mi domando: questi esperti hanno mai visto una gara? Hanno mai messo piede in uno stadio, in una piscina, in una palestra, su una pista di atletica? Perché chiunque abbia una minima dimestichezza con lo sport sa che l’abbigliamento sportivo risponde a un criterio fondamentale: la funzionalità. Vale per le donne e vale per gli uomini. Anche i calciatori giocano con pantaloncini che lasciano scoperte le gambe. I nuotatori indossano costumi aderenti. I ciclisti pure. Gli sprinter corrono con addosso il minimo indispensabile. E nessuno si sogna di sostenere che tutto ciò sia stato progettato per eccitare il pubblico. Semplicemente, nello sport il corpo è lo strumento della prestazione. Non è un oggetto da occultare. Mi viene anche da sorridere pensando a quando ero ragazzo. All’epoca bastava una gonna un po’ sopra il ginocchio perché qualcuno arrossisse. Oggi viviamo immersi in immagini di ogni tipo. La nudità è ovunque. Davvero dovrei credere che milioni di spettatori seguano una finale olimpica con la speranza di intravedere le chiappe di un’atleta? Mi pare una teoria più comica che credibile. Chi ama lo sport guarda la gara, non il fondoschiena della concorrente. E chi è interessato ad altro, mi permetta, non ha certo bisogno di attendere una competizione internazionale per soddisfare la propria curiosità. Internet offre già qualsiasi cosa immaginabile, senza costringere nessuno a sorbirsi due ore di salto in alto. Il problema, semmai, è un altro. Da anni assistiamo al tentativo di leggere ogni gesto umano attraverso la lente del sessismo. La verità è che questa continua ricerca del sessismo ovunque produce un effetto paradossale: invece di emancipare la donna, la infantilizza.
