Gentile Direttore Feltri,
abito a Bologna e in questi giorni si discute molto della decisione della giunta Lepore di introdurre agevolazioni sui mezzi pubblici destinate ad alcune categorie di immigrati. Molti cittadini, invece, continuano a pagare biglietti sempre più cari per andare al lavoro, all'università o in ospedale. Lei cosa ne pensa? È una scelta giusta oppure rischia di creare disparità tra chi vive nella stessa città?
Giovanni Fabbri
Bologna
Caro Giovanni,
non è la prima volta che assistiamo a provvedimenti di questo genere e temo che non sarà nemmeno l'ultima. Il punto, infatti, non è il costo di un biglietto dell'autobus. Il punto è il principio che si afferma attraverso scelte come questa. Ogni amministrazione è libera di decidere come impiegare le proprie risorse, ma dovrebbe sempre ricordare che il denaro pubblico appartiene ai contribuenti e che, proprio per questo, dovrebbe essere distribuito secondo criteri di equità. Quando invece si introducono agevolazioni fondate sull'appartenenza a una determinata categoria, inevitabilmente si crea una distinzione tra cittadini che vivono la medesima realtà quotidiana.
Pensa al pensionato che fatica ad arrivare a fine mese. Pensa allo studente universitario che lavora la sera per pagarsi gli studi. Pensa al dipendente che ogni mattina prende l'autobus per recarsi al lavoro e vede aumentare anno dopo anno il costo dell'abbonamento. Costoro non sono meno degni di attenzione soltanto perché non rientrano nella categoria individuata dall'amministrazione.
Negli ultimi anni si è diffusa una convinzione che considero profondamente sbagliata: l'idea secondo cui lo straniero debba essere destinatario di un trattamento privilegiato semplicemente in quanto tale. È una logica che, a mio giudizio, finisce per produrre l'effetto opposto rispetto a quello dichiarato. L'integrazione non consiste nel dire a una persona: Tu sei diverso, quindi per te valgono regole diverse. L'integrazione consiste nel condividere gli stessi diritti ma anche gli stessi doveri.
Quando invece si moltiplicano agevolazioni, esenzioni e benefici riservati esclusivamente a una categoria, si trasmette un messaggio discutibile: quello secondo cui l'essere immigrato comporti automaticamente un trattamento speciale.
È una cultura assistenzialista che rischia di essere diseducativa. Uno Stato, o un Comune, dovrebbe aiutare chi si trova realmente in condizioni di bisogno, indipendentemente dalla provenienza, dal passaporto o dal luogo di nascita. Se due persone hanno il medesimo reddito e le stesse difficoltà economiche, non vedo perché una debba pagare il biglietto e l'altra no.
La povertà non ha nazionalità. La fragilità non ha colore della pelle.
Se il criterio diventa la semplice appartenenza a una categoria, anziché la condizione economica o sociale della persona, allora il principio di uguaglianza comincia a incrinarsi.
Comprendo perfettamente che chi ogni mese fatica a sostenere il costo dei trasporti pubblici possa domandarsi perché lui debba continuare a pagare mentre altri ne siano esentati. Non è egoismo. È una richiesta di equità. E l'equità è il presupposto della coesione sociale.
Una politica che crea l'impressione di privilegiare alcuni rispetto ad altri rischia, invece, di alimentare risentimento e divisioni. Non perché i cittadini siano diventati improvvisamente cattivi, ma perché percepiscono che le istituzioni non li trattano più con lo stesso metro.
L'integrazione si costruisce chiedendo a tutti di partecipare alla vita della comunità, di contribuire, di rispettarne le regole e, quando possibile, anche di assumersi gli stessi oneri che gravano sugli altri.
Le corsie preferenziali
permanenti non favoriscono l'integrazione. Rischiano, al contrario, di alimentare l'idea che esistano cittadini di serie A e cittadini di serie B.Ed è proprio questa percezione che una buona amministrazione dovrebbe evitare.
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