Caro direttore, mi firmo per intero, ma lei usi una sigla, B.R. Ho 79 anni e da poco ho scoperto di avere un cancro. Ho visto Clemente Mastella annunciarlo in pubblico, chiedendo preghiere, e ho visto tg e giornali occuparsene con rispetto. Mi ha colpito, quasi ferito, perché ho percepito una distanza enorme tra il suo modo di affrontare la malattia e il mio. Lui ha trovato la forza di esporsi, di condividere il dolore con tutti, trasformandolo in qualcosa di collettivo, quasi pubblico. Io invece mi sento incapace di fare lo stesso: non riesco
a dirlo ai miei figli, non voglio diventare un malato da compatire, non voglio quegli sguardi umidi che fanno più male della diagnosi. Hanno già problemi loro, forse più seri dei miei. Temo anche una certa indifferenza, salvo le lacrime di mia moglie, che mi spezzerebbero. Vedere Mastella parlare apertamente mi ha fatto sentire ancora più solo, come se il mio silenzio fosse una forma di debolezza o di vergogna. Lei, direttore, lo disse senza girarci intorno, quando parlò della sua malattia. Io non so se ho questo coraggio. Si deve dire? O è meglio
tacere e portarselo addosso da soli, fingendo di essere ancora intero mentre dentro si è già diventati una notizia riservata?
B.R
Caro amico,
lei mi pone una domanda che sembra domestica e invece riguarda l'intero genere umano: che cosa si fa quando la morte, o almeno una sua brutta avanguardia, bussa alla porta? Si apre? Si finge di non essere in casa? Non ho una dottrina. Ho soltanto qualche acciacco, una certa esperienza di ospedali e l'età sufficiente per non raccontare balle consolatorie. Clemente Mastella ha fatto una cosa semplice e tremenda: ha detto in pubblico di essere malato. Lo ha detto in chiesa, davanti alla Madonna delle Grazie, con la voce che gli si rompeva. Non ha recitato l'eroe né la vittima. Ha detto: anch'io sono malato e spero di farcela. Parole povere, dunque vere. Poi la gente gli ha stretto la mano, gli ha ricordato che è un leone, gli hanno mandato messaggi perfino avversari con cui si era preso a cornate per una vita. E lì si è capito che la politica non è tutto. Conta di più una mano che cerca la tua, magari dopo anni di litigi.
Io di Mastella scrissi, trentadue anni fa, una cattiveria che mi pareva irresistibile: che era il primo ministro del Lavoro (governo Berlusconi) che non aveva mai lavorato. Era una battuta feroce e, come molte battute feroci, conteneva ingiustizia. Lui era un giornalista Rai in aspettativa, aveva insegnato, si era arrangiato come tanti. Non se la prese, o non me la fece pagare. Cose da vecchi
democristiani, Che sanno che la politica non è tutto... Questo va detto a suo onore. E gli auguro ogni bene. Lei teme gli sguardi pietosi. La capisco. La pietà, quando diventa smorfia, è insopportabile. Si appiccica addosso come una vestaglia da infermo e ti toglie prima la dignità che la salute. Però tacere non sempre difende. A volte isola. Lei dice: i miei figli hanno problemi più seri. Mi permetta: più seri del padre che ha un cancro? Forse loro hanno il diritto, e anche il dovere, di saperlo. Non per piangere a comando, ma per starle accanto da persone adulte. Quando mi capitò di scoprire un tumore, non convocai trombettieri. Per un po' non dissi niente a nessuno, tornai a lavorare come se nulla fosse, con la mia abituale grazia da cinghiale. Poi, parlando a Fedez, giovane e malato, dissi ciò che pensavo: hai il cancro, e allora? Non è mica una malattia venerea. La frase era di Humphrey Bogart, o comunque gli somiglia abbastanza da potergliela attribuire. Il punto non era fare il gradasso. Era togliere al male il monopolio del silenzio. Lottare. Diventammo amici, era il marzo del 2022, e ci siamo ancora, tutti e due, contando lei e Mastella, tutti e quattro. Quanto alla preghiera, Mastella ha chiesto di pregare per lui. Ha fatto bene. Io non sono un chierichetto, e a questo punto temo sia tardi per diventarlo credibilmente. Però se qualcuno prega per me, non mi dispiace. Se lo fa in latino, meglio ancora. La preghiera, per chi crede, è un rapporto con il Padre. Per chi crede poco, o male, è almeno un grido sincero. Se ci sei, o Dio, aiutami.
La morte non è uno scherzo. Non mi fa venire paura in sé, mi provoca soprattutto stupore. Possibile che tutto questo gran traffico di amori, rancori, giornali, figli, mogli, risate, errori, insulti e perdoni finisca in un buco nero? Possibile che l'uomo venga archiviato come una pratica scaduta? Vedremo, caro B.R. Vedremo il più tardi possibile, lo dico per lei e anche per me, e pure per Fedez e Mastella.
Il mio consiglio è questo: lo dica. Non con solennità funebre, non convocando il sinedrio domestico, non pretendendo lacrime né vietandole. Lo dica come si dice una cosa vera: ho un cancro, mi curo, ho paura, ma sono ancora io. Sua moglie forse piangerà. Lasci che pianga.
Le lacrime di chi ci ama non sono una condanna, sono una forma liquida di fedeltà.Non si vergogni. La vergogna lasciamola ai mascalzoni e ai vigliacchi. Lei ha un cancro, non una colpa. Lo dica, e poi continui a vivere, possibilmente litigando con la sfiga. Finché si litiga, si è vivi.