Gentile Direttore Feltri,
ieri al Gay Pride di Roma ho visto diversi cartelli con scritte come «Più froci, meno fascisti» e richiami alla «frociaggine». Mi domando: perché certe parole possono essere usate liberamente da alcuni, mentre se le usa qualcun altro scatta subito l'accusa di omofobia?
Dario Longo
Caro Dario,
poni una questione che mi è molto cara e che affrontai anni fa in un libro dedicato alle parole proibite, I fascisti della parola. Già allora sostenevo una cosa semplicissima: noi non viviamo più in una società che giudica gli uomini per ciò che pensano, per ciò che fanno, per come si comportano. Li giudica per le parole che adoperano. È una forma di idiozia organizzata, ma soprattutto è una forma di ipocrisia.
La parola «frocio» è l'esempio perfetto. Se la usa un omosessuale durante un Pride, diventa ironia, autoaffermazione, linguaggio identitario, perfino orgoglio. Se la usa un altro, magari senza alcuna intenzione offensiva, diventa automaticamente un delitto morale. Non importa il tono. Non importa il contesto. Non importa l'intenzione. Conta solo chi parla. Siamo arrivati alla patente linguistica: alcuni possono dire tutto, altri non possono dire nulla.
Io questa cosa la considero ridicola.
Non mi scandalizzano le parole. Mi scandalizza chi discrimina davvero, chi umilia, chi emargina, chi aggredisce, chi nega diritti. Non mi scandalizza una parola, specie quando appartiene alla lingua italiana e viene usata da decenni nel linguaggio popolare.
Mi toccò perfino difendere Papa Francesco, buon'anima, quando nel 2024 disse che nella Chiesa c'era troppa «frociaggine». Apriti cielo. Sembrava avesse commesso un crimine contro l'umanità. Eppure il Papa non stava organizzando una persecuzione contro gli omosessuali. Stava usando una parola colorita, forse ruvida, certamente poco da salotto, ma comprensibilissima. Il problema non era il concetto: era il termine. Come sempre, in Italia ci occupiamo della confezione e dimentichiamo il contenuto.
Il paradosso è che oggi l'omosessualità viene giustamente considerata normale, libera, accettata, rivendicata. Cantanti, attori, politici, giornalisti dichiarano il proprio orientamento sessuale e vengono applauditi. Poi però, appena compare una parola non conforme al manuale del politicamente corretto, tutti si strappano le vesti. È come se dicessimo: essere gay va benissimo, purché lo si definisca soltanto con i termini approvati dal comitato etico della buona borghesia progressista.
Io non ci sto. Non userò mai una parola inglese soltanto perché suona più elegante. «Gay» va benissimo, per carità, ma non può diventare l'unico vocabolo consentito. La lingua italiana è ricca, popolare, carnale, piena di sfumature. Pretendere di sterilizzarla significa impoverirla.
Naturalmente una parola può essere usata per ferire. Questo vale per qualunque parola. Anche «omosessuale», pronunciata con disprezzo, può essere offensiva. Anche «signore», se detto con sarcasmo, può diventare insultante. Per questo ciò che conta è l'intenzione, non il vocabolo in sé. E qui sta il punto: se al Pride un cartello usa quella parola, nessuno si offende. Anzi, molti sorridono. Se la stessa parola viene pronunciata da un prete, da un giornalista, da un politico o da un comune cittadino, allora scatta il tribunale morale. Non è difesa della dignità. È controllo ideologico del linguaggio. Io continuerò a pensare che una società adulta debba occuparsi meno delle parole e più della realtà. Se un omosessuale viene discriminato sul lavoro, quello è un problema. Se viene insultato con odio, quello è un problema. Se viene aggredito, quello è un problema. Ma se qualcuno usa una parola ruvida, popolare, magari provocatoria, senza alcuna volontà di offendere, trasformarlo in mostro è semplicemente grottesco. Il guaio è che oggi molte battaglie civili sono state sostituite da battaglie lessicali. Non si cambia il mondo correggendo i vocabolari. Lo si cambia correggendo le ingiustizie. Ma questo richiede fatica, pensiero, coraggio. Molto più comodo indignarsi per una parola.
Quanto ai Pride, io non ho nulla contro chi sfila, canta, balla e rivendica ciò che è. Ognuno faccia ciò che vuole, purché non rompa le scatole al prossimo. Però mi diverto a notare questa contraddizione: gli stessi ambienti che pretendono di educarci al linguaggio inclusivo usano poi, quando conviene, i termini più ruvidi e popolari. Evidentemente certe parole non sono vietate in assoluto. Sono vietate solo ad alcuni. E allora diciamolo chiaramente: il problema non è la parola. Il problema è il potere di decidere chi può pronunciarla e chi no. A me questa pare una sciocchezza. E anche una forma di autoritarismo linguistico.
Io non giudico un uomo da chi ama, né da ciò che fa sotto le lenzuola, purché tra adulti consenzienti.
Lo giudico, semmai, da come si comporta, da come tratta gli altri, da quanto è leale, da quanto è libero. E continuo a pensare che una persona davvero libera non tremi davanti a una parola.Le parole non vanno abolite. Vanno capite. E soprattutto non vanno trasformate in reati morali a uso e consumo delle mode del momento.