Gentile Direttore Feltri, ho letto la storia di Henry Nowak, il ragazzo inglese di 18 anni accoltellato a morte a Southampton, Regno Unito. Secondo quanto emerso, quando la polizia è arrivata sul posto avrebbe inizialmente creduto alla versione dell'aggressore, il quale sosteneva di essere vittima di un'aggressione razzista. Così il giovane ferito, che ripeteva di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare, sarebbe stato ammanettato invece di essere immediatamente soccorso. La cosa che mi ha colpito è che quelle parole, «non riesco a respirare», sono diventate famose in tutto il mondo dopo la morte di George Floyd. Per anni ci è stato spiegato che rappresentavano il simbolo dell'oppressione e del razzismo. E oggi? Ci sarà la stessa indignazione per Henry Nowak? Oppure esistono vittime che meritano attenzione e altre che possono essere dimenticate in base al colore della pelle?
Paolo Gatti
Caro Paolo,
questa vicenda mi ha colpito profondamente. Non soltanto per la morte assurda di un ragazzo di diciotto anni, che potrebbe essere mio nipote, evento che già basterebbe a provocare sgomento e indignazione, ma per ciò che questo fatto di cronaca racconta del tempo in cui viviamo. Henry Nowak viene accoltellato più volte. L'assassino, secondo quanto accertato in tribunale, lo colpisce con una lama lunga oltre venti centimetri. Quando arrivano gli agenti, però, accade qualcosa che dovrebbe inquietare chiunque abbia a cuore la verità: l'aggressore si presenta come vittima e la vittima viene trattata come sospetta. Henry ripete di essere stato accoltellato. Ripete di non riuscire a respirare. Eppure non viene immediatamente riconosciuto per ciò che è: un ragazzo gravemente ferito che necessita di soccorso urgente. Non spetta a me sostituirmi agli investigatori o ai magistrati che stanno esaminando il comportamento degli agenti. Saranno loro a stabilire responsabilità e omissioni. Ma una domanda è inevitabile: come è possibile che la versione dell'aggressore sia stata inizialmente ritenuta più credibile di quella del ragazzo che stava morendo?
È qui che la vicenda assume un significato più ampio. Da anni l'Occidente vive immerso in una narrazione che divide il mondo in categorie morali precostituite. Ci sono i buoni e i cattivi, gli oppressi e gli oppressori, le vittime e i colpevoli. Il problema è che queste etichette vengono spesso assegnate prima ancora di conoscere i fatti. E quando l'ideologia arriva prima della realtà, la realtà finisce per essere deformata.
Un poliziotto non dovrebbe vedere un bianco, un nero, un immigrato, un autoctono, un cristiano o un musulmano. Dovrebbe vedere una persona ferita. Dovrebbe vedere un cittadino che chiede aiuto. Dovrebbe vedere i fatti. La legge non ha colore della pelle. La giustizia non ha etnia. La verità non dovrebbe avere appartenenza politica.
Eppure troppo spesso assistiamo al contrario. Si ha quasi paura di essere accusati di razzismo. Si teme di formulare giudizi che possano risultare impopolari. Si preferisce procedere con cautela estrema in una direzione e con durezza nell'altra. Attenzione: non sto dicendo che gli agenti abbiano agito in malafede. Sarebbe un'accusa ingiusta e irresponsabile. Sto dicendo qualcosa di diverso e forse di più preoccupante. Le idee dominanti influenzano tutti. Influenzano noi giornalisti, influenzano gli insegnanti, i magistrati, i politici e persino le forze dell'ordine. Nessuno vive nel vuoto.
Per questo il caso di Henry Nowak dovrebbe essere studiato con attenzione in tutto l'Occidente. Perché rappresenta il rischio che il giudizio venga preceduto dal pregiudizio ideologico.
Quando accade, le conseguenze possono essere drammatiche.
Esiste poi un altro aspetto che mi lascia perplesso. Tu ricordi giustamente la frase pronunciata da George Floyd: «Non riesco a respirare». Quelle parole sono diventate uno slogan globale. Hanno mobilitato governi, istituzioni, media, università, multinazionali. Hanno generato manifestazioni, campagne e dibattiti.
Oggi un altro giovane pronuncia parole molto simili prima di morire. Mi chiedo se assisteremo alla stessa mobilitazione. Temo di no. Non perché la vita di Henry valga meno. Ma perché alcune tragedie vengono immediatamente trasformate in simboli, mentre altre vengono rapidamente archiviate.
E questo è un errore gravissimo. La dignità di una vittima non dipende dal colore della pelle. Non dipende dalla sua origine. Non dipende dall'utilità politica della sua morte.
Una società civile dovrebbe essere capace di indignarsi sempre, non soltanto quando l'indignazione conferma le proprie convinzioni ed è moralmente accettata. La lezione di questa tragedia è semplice e terribile allo stesso tempo: quando la realtà viene filtrata attraverso categorie ideologiche, il rischio di commettere errori aumenta. E a volte quegli errori si pagano con la vita.
Henry Nowak non dovrebbe essere ricordato come un simbolo di parte.
Dovrebbe essere ricordato come un monito.
Prima i fatti. Sempre. Poi le ideologie. Mai il contrario.