Gentile Direttore Feltri, Giorgia Meloni è attaccata dalla sinistra in patria, criticata da Trump perché l’Italia non ha sostenuto la guerra contro l’Iran e ora inserita dal regime iraniano nella lista dei nemici da colpire. Perché tanto odio contro una donna che cerca soltanto di difendere gli interessi dell’Italia?
Cara Erica, la vicenda è talmente paradossale da sembrare una commedia, se non fosse invece terribilmente seria.
Giorgia Meloni viene accusata di tutto e del contrario di tutto. In Italia è dipinta quotidianamente da una parte della sinistra come una pericolosa estremista, una fascista, una donna autoritaria, una nemica della democrazia. Negli Stati Uniti è stata rimproverata da Trump perché non ha voluto trascinare l’Italia nel conflitto contro l’Iran e perché non ha concesso che le basi americane presenti sul territorio italiano venissero utilizzate liberamente per operazioni militari contro Teheran. E ora, come ricompensa per questa prudenza, il regime iraniano la inserisce addirittura nell’elenco dei suoi nemici.
Si capisce poco, se si ragiona con la logica. Si capisce molto, invece, se si osserva il modo in cui funzionano la propaganda, il potere e l’odio politico.
Meloni non ha dichiarato guerra all’Iran. Non ha offerto il territorio nazionale come rampa di lancio per un attacco. Non ha mai sostenuto che l’Italia dovesse entrare direttamente nel conflitto. Al contrario, ha ribadito che il nostro Paese non intende farsi trascinare in una guerra che non corrisponde agli interessi degli italiani.
Ha fatto ciò che dovrebbe fare qualsiasi presidente del Consiglio: difendere la sovranità nazionale.
Le basi militari presenti sul territorio italiano non sono porzioni di territorio sottratte allo Stato e consegnate a una potenza straniera. Il loro utilizzo è regolato da accordi, autorizzazioni e procedure precise. L’Italia non è una colonia e Palazzo Chigi non è l’ufficio periferico della Casa Bianca.
Meloni ha ricordato esattamente questo. E ha avuto ragione.
Trump può essere contrariato. Può ritenere che l’Italia avrebbe dovuto sostenere più apertamente l’azione americana. È il presidente degli Stati Uniti e ragiona secondo gli interessi americani.
Meloni, però, è il presidente del Consiglio italiano e deve ragionare secondo gli interessi italiani. Non è stata eletta per compiacere Trump. Non è stata eletta per compiacere il regime iraniano. Non è stata eletta neppure per compiacere la sinistra italiana.
È stata eletta per governare l’Italia.
E questo sembra essere diventato il suo peccato imperdonabile.
Chi difende con fermezza l’interesse nazionale finisce inevitabilmente per scontentare tutti coloro che vorrebbero piegarlo ai propri interessi. Gli americani vorrebbero maggiore disponibilità militare. Gli iraniani vorrebbero un’Europa muta e remissiva. La sinistra vorrebbe una Meloni eternamente colpevole, qualsiasi cosa faccia.
Se sostiene gli alleati occidentali, è guerrafondaia. Se rifiuta di entrare in guerra, è sleale verso gli alleati. Se dialoga con Trump, è una sua serva. Se si oppone a Trump, ha tradito l’Occidente. È il solito gioco truccato: la conclusione è già scritta prima ancora dei fatti. Meloni deve avere torto per definizione.
L’inserimento del suo volto in una lista di nemici pubblicata da un quotidiano vicino al regime iraniano rappresenta comunque un fatto gravissimo. Non è una semplice vignetta politica. È un’intimidazione rivolta al capo del governo italiano e, dunque, alle nostre istituzioni.
E qui entra in gioco anche un altro elemento che molti fingono di non vedere: Meloni è una donna. Una donna che guida un grande Paese europeo, occidentale, membro della Nato. Una donna che decide, che comanda, che non chiede il permesso, che non si lascia intimidire e che occupa un ruolo tradizionalmente riservato agli uomini. Per un regime profondamente misogino come quello iraniano, questo particolare non è secondario.
Parliamo di un sistema che da decenni impone alle donne obblighi, divieti, repressione, controllo del corpo e della libertà personale. Un regime che considera la donna subordinata, da disciplinare, da coprire, da punire se disobbedisce.
Una donna libera, occidentale e al vertice di uno Stato rappresenta esattamente ciò che quel sistema detesta. Eppure da una certa sinistra non sentiremo quasi nulla su questa componente misogina. La stessa sinistra che in Italia riesce a scorgere il sessismo in una battuta, in una parola sbagliata o in uno sguardo, diventa improvvisamente cieca davanti alla misoginia strutturale di una teocrazia.
Abbiamo visto manifestazioni nelle quali il regime iraniano veniva difeso o giustificato in nome dell’antiamericanismo, dell’antisionismo e della solita retorica contro l’Occidente. Abbiamo assistito a scene grottesche: persone che si proclamano femministe e progressiste finire per stare, di fatto, dalla parte di un potere che perseguita le donne.
Questa ipocrisia è intollerabile.
La solidarietà a Meloni non dovrebbe dipendere dall’appartenenza politica. Quando un presidente del Consiglio italiano viene indicato come nemico da un regime straniero, non è la leader di Fratelli d’Italia a essere minacciata. È la rappresentante delle istituzioni italiane.
La politica interna dovrebbe fermarsi davanti a questo limite.
Invece temo che qualcuno continuerà persino a compiacersi delle minacce, perché l’odio contro Meloni ha ormai superato ogni razionalità. Ma questo odio, alla fine, dice molto più dei suoi avversari che di lei.
Meloni viene attaccata da destra e da sinistra, dagli americani e dagli iraniani, proprio perché non si lascia facilmente collocare nel ruolo che gli altri vorrebbero
imporle. Non è abbastanza obbediente per Trump. Non è abbastanza remissiva per Teheran. Non è abbastanza colpevole per la sinistra italiana.Continua a fare il proprio mestiere. E forse è proprio questo che non le perdonano.