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A una vera democrazia non servono certificati

La libertà di espressione non appartiene agli antifascisti, ai comunisti, ai liberali, ai conservatori o a qualunque altra categoria ideologica. Appartiene a tutti. È un diritto universale

A una vera democrazia non servono certificati
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Caro Direttore Feltri,
ho letto che alla fiera «Più libri più liberi» si è pensato di chiedere agli editori una dichiarazione di antifascismo per poter partecipare. A me questa iniziativa lascia perplesso. Non perché io abbia simpatie per il fascismo, che appartiene alla storia, ma perché trovo inquietante che per accedere a uno spazio culturale si debba sottoscrivere una sorta di professione di fede politica.
Lei cosa ne pensa? È una scelta legittima oppure siamo di fronte a una deriva ideologica che rischia di limitare la libertà di espressione?

Luca Grasso

Caro Luca,
«Meno libri meno liberi», così dovrebbe chiamarsi la manifestazione. Penso che questa iniziativa sia sbagliata e pericolosa. Non perché l'antifascismo non abbia avuto un ruolo nella storia della Repubblica italiana. Questo è un fatto. Il problema è un altro: nessun valore politico, storico o culturale può essere trasformato in un lasciapassare obbligatorio per esercitare una libertà fondamentale.

La libertà di espressione non appartiene agli antifascisti, ai comunisti, ai liberali, ai conservatori o a qualunque altra categoria ideologica. Appartiene a tutti. È un diritto universale. Ed è proprio quando qualcuno esprime idee che non ci piacciono che quel diritto va difeso con maggiore convinzione.

Una fiera del libro dovrebbe giudicare i libri, gli editori, la qualità delle opere. Non dovrebbe trasformarsi in un tribunale incaricato di verificare la purezza ideologica dei partecipanti. Perché oggi si chiede una dichiarazione di antifascismo. Domani cosa si chiederà? Una dichiarazione contro Trump? Una dichiarazione a favore dell'Europa? Una dichiarazione su Israele, sull'immigrazione, sul clima? Il principio è lo stesso e conduce sempre nella medesima direzione: subordinare la libertà all'adesione preventiva a una dottrina.

C'è poi un altro aspetto che trovo singolare. Quando si parla di antifascismo, oggi, non sempre si parla della stessa cosa. Esiste l'antifascismo storico, che appartiene alla nostra vicenda nazionale. Ma esiste anche un antifascismo che negli ultimi anni è diventato un'etichetta identitaria, un marchio da esibire, uno strumento per dividere il mondo tra buoni e cattivi. Chi non si adegua viene sospettato, isolato, delegittimato.

A me questo meccanismo inquieta profondamente. Ho fatto il giornalista per una vita. Il conformismo è sempre esistito. Le pressioni culturali sono sempre esistite. Ma oggi assistiamo a qualcosa di diverso: non ci si limita a contestare le idee altrui. Si pretende una dichiarazione preventiva di appartenenza. Non basta più rispettare la legge. Non basta più non commettere reati. Bisogna dimostrare di appartenere alla tribù giusta. È una logica che nulla ha a che vedere con la cultura. La cultura nasce dal confronto, dalla critica, persino dal conflitto delle idee. Quando invece si pretende una certificazione ideologica per entrare in uno spazio pubblico, si smette di fare cultura e si comincia a fare selezione politica.

Per questo considero questa iniziativa un errore. Non perché tema il ritorno del fascismo, che vedo evocato ormai come uno spauracchio buono per ogni occasione. Ma perché temo qualcosa di molto più attuale: l'abitudine a stabilire chi possa parlare e chi no, chi sia degno di partecipare e chi debba essere escluso.

La libertà non ha bisogno di certificati. E una democrazia matura dovrebbe averlo capito da tempo.

Cosa è questa deriva?

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