Un pilota iracheno, un incontro segreto a Roma e un MiG-21 sovietico da consegnare a Israele. Così l’Operazione Diamond, anche nota come “Uccello blu”, trasformò la frustrazione di un pilota osteggiato dai suoi superiori perché cristiano in una delle più audaci operazioni d’intelligence dell’intera Guerra Fredda.
Il caccia che Israele doveva conoscere
Sono le 8:00 del mattino del 16 agosto 1966 quando un caccia con le insegne dell’Aeronautica irachena compare nei cieli israeliani. Gli resta poco carburante. Una coppia di Mirage III dell’Heyl Ha’Avir, l’Aeronautica israeliana, è su di lui, ma il loro ordine non è quello di abbatterlo. Devono intercettarlo e scortarlo fino alla base aerea di Hatzor. Ai comandi del caccia “nemico” c’è un capitano iracheno di trent’anni, Munir Redfa, reclutato dal Mossad tre anni prima per consegnare a Israele uno dei segreti militari più desiderati dall’intero blocco occidentale: tutto quanto c’era da sapere su un MiG-21, il più moderno e avanzato caccia intercettore schierato dai sovietici e dai loro alleati arabi.
Tutto aveva avuto inizio molti anni prima, a migliaia di chilometri di distanza dai confini dello Stato ebraico. A Mosca, cuore dell’Unione Sovietica e apice del blocco orientale, l’intelligence israeliana aveva appreso che l’Unione Sovietica stava fornendo ai Paesi arabi con cui aveva stretto solidi rapporti di collaborazione strategica, militare ed economica dei nuovi caccia intercettori supersonici sviluppati dall’ufficio Mikoyan-Gurevich, classificati come MiG-21. Ciò rappresentava una chiara minaccia per Israele, che intendeva conoscere i segreti e le reali capacità di questo moderno caccia che nessuno aveva mai visto o affrontato.
Nessuno in Occidente, compresa la CIA americana, l’MI6 britannico o i vari servizi d’informazione delle aeronautiche militari della NATO, disponeva dei dati necessari a comprendere i punti di forza e le vulnerabilità del caccia sovietico che avrebbe ricevuto il nome in codice “Fishbed”.
Per Ezer Weizmann, allora comandante dell’Aeronautica israeliana, era necessario mettere le mani su uno dei MiG-21 forniti agli arabi, dunque fissò un incontro con l’allora capo del Mossad, Meir Amit, per avanzare una richiesta apparentemente irrealizzabile: le spie di Israele dovevano rubare un caccia sovietico, o reclutare qualcuno che lo rubasse per loro.
Il Mossad accettò la sfida pur sapendo che impossessarsi di un caccia custodito nelle basi aeree del nemico non era certamente un’impresa facile da portare a termine. Al contrario, il primo tentativo di reclutare un pilota egiziano fallì, causando l’arresto e la condanna a morte per il reato di spionaggio di tre agenti del Mossad nel dicembre del 1962. Non andò meglio con due piloti iracheni che si rifiutarono di collaborare. Ma nel 1964 un membro della rete dei sayanim contattò la missione diplomatica israeliana a Teheran per fornire l’identità di un pilota iracheno “infastidito dal fatto che le sue origini cristiane gli impedissero di fare carriera” e disgustato dall’essere stato costretto a bombardare i curdi iracheni. Un profilo ideale per il piano del Mossad, che fece avvicinare Redfa da una delle sue agenti.
Redfa, uno dei soli cinque piloti rimasti di cui il nuovo regime si fidava dopo il colpo di stato di Qasim, era un assiro seguace della Chiesa cattolica caldea che detestava essere stato costretto a vivere lontano dalla sua famiglia a Baghdad e non godere della fiducia dei suoi superiori, al punto di essere autorizzato a volare solo con serbatoi con una riserva di carburante limitata a causa della sua fede cristiana.
Di stanza a Mosul presso l’11° Squadrone dell’Al-Quwwat al-Jawwiyya al-‘Iraqiyya, Redfa era considerato un aviatore estremamente capace, ma la sua carriera non poteva portarlo oltre il grado di capitano. E come spesso accade nel reclutamento delle spie, questa sua frustrazione si rivelò fondamentale per il Mossad, che portò avanti l’adescamento con estrema cautela.
Le prime fasi di preparazione e reclutamento si svolsero lontano dal Medio Oriente. Nel gennaio del 1966 Redfa incontrò alcuni agenti del Mossad e un ufficiale dell’Aeronautica israeliana distaccato presso il servizio segreto per l’operazione in un caffè a Roma. Proprio in Italia i piloti israeliani erano stati addestrati al volo alla nascita dell’Heyl Ha’Avir. Davanti a un vero caffè espresso, vennero discussi tutti i dettagli più complessi di un piano che, se scoperto, avrebbe potuto non solo costare la vita al pilota disertore, ma anche provocare una crisi internazionale con conseguenze e ritorsioni imprevedibili.
L’operazione entrò nel vivo quando Redfa venne condotto clandestinamente in Israele per circa 24 ore al fine di incontrare il capo dell’intelligence dell’Aeronautica per studiare uno degli aspetti più importanti della missione: riconoscere la pista sulla quale avrebbe dovuto atterrare una volta entrato nello spazio aereo israeliano. Un errore di rotta avrebbe potuto compromettere la missione e portare all’abbattimento con conseguenze altrettanto indesiderabili.
Tutto era predisposto; rimaneva solo un punto da definire: come comunicare l’inizio dell’azione. Un messaggio inviato direttamente nel cuore dell’Iraq avrebbe rischiato di compromettere l’intera operazione, così al Mossad si decise di impiegare qualcosa che chiunque avrebbe potuto ascoltare senza sollevare alcun tipo di sospetto: una canzone passata alla radio. Quando Redfa avrebbe sentito le note di “Marhabtayn Marhabtayn” sul servizio in lingua araba della radio israeliana - il segnale convenuto - avrebbe capito che era arrivato il momento di entrare in azione. Gli israeliani lo attendevano a Hatzor.
Una rotta verso Israele
La mattina del 16 agosto 1966, Munir Redfa salì come se niente fosse sul suo MiG-21 e decollò come in ogni altra missione di routine, beneficiando, straordinariamente, di una quantità di carburante adeguata a una lunga permanenza nei caldi cieli d’estate.
Dopo aver ricevuto una contropartita di un milione di dollari, la promessa di una nuova vita sotto copertura in Israele e la garanzia che la sua famiglia sarebbe stata esfiltrata dall’Iraq, mentre sua moglie e i suoi figli erano già a Parigi per quello che credevano essere un viaggio di piacere, il pilota iracheno puntò a ovest, verso il confine israelo-giordano, ignorando gli ordini e le minacce emesse dai controllori iracheni, fino a quando comparvero due caccia con la stella di Davide sulle ali: erano Mirage dell’Aeronautica israeliana che lo avrebbero scortato alla sua destinazione.
I piloti israeliani intercettarono il MiG, stabilirono il contatto e, dopo averne verificato le intenzioni, proseguirono con la missione affiancandolo. Il Mossad aveva il suo MiG-21: l’uccello blu era atterrato in Israele.
I segreti del MiG-21
I tecnici e i piloti dell’Aeronautica israeliana iniziarono a esaminare il MiG quella stessa mattina per comprendere finalmente di cosa fosse capace il MiG-21. I piloti israeliani effettuarono decolli e atterraggi ripetuti, testandone le prestazioni, i limiti e i vantaggi, fino a quando gli pneumatici non furono completamente consumati e l’aereo fu messo a terra.
In seguito il MiG venne smontato, esaminato in ogni sua parte e poi rimesso insieme per tornare a volare con il numero 007, un modo delicato per alludere alla temeraria missione di spionaggio che lo aveva portato nelle mani delle spie israeliane. Le informazioni ricavate dallo studio del MiG contribuirono in maniera decisiva alla conoscenza israeliana dei propri avversari, dandone prova concreta nel giugno del 1967, quando, allo scoppio della Guerra dei Sei Giorni, i caccia israeliani affrontarono una formazione di MiG-21 siriani, abbattendone sei a fronte di nessuna perdita.
Le informazioni ottenute, e il MiG stesso, vennero successivamente condivise con gli alleati americani, che ebbero la loro opportunità di studiare da vicino il più segreto dei caccia sovietici. Nel gennaio del 1968, il MiG rubato da Munir Redfa venne portato in America per il programma “HAVE DOUGHNUT”. Quel prestito contribuì ad aprire la strada all’acquisizione da parte di Israele dei moderni caccia F-4 Phantom, che gli americani erano stati riluttanti a cedere allo Stato ebraico.
L’Operazione Diamond è considerata ancora oggi uno dei maggiori successi ottenuti dal Mossad durante la Guerra fredda: un’azione ben pianificata che contribuì a consolidare la reputazione internazionale del servizio segreto israeliano, ricordando come la profonda comprensione della natura umana rappresenti una delle armi più sofisticate che possono essere impugnate da un intelligence che sa agire con pazienza.
