14 settembre 1942. Due razzi rossi squarciarono il cielo senza luna di Tobruk. È un segnale di allarme, quello che nessun soldato di guardia alle posizioni di difesa costiera vorrebbe vedere: è in corso uno sbarco nemico sulla costa della Libia, al confine con l’Egitto. Da qualche parte, con il favore dell’oscurità, gli inglesi dovevano aver toccato terra, e l’ordine era semplice, ributtarli in mare a ogni costo.
Solo poche ore prima, una colonna di camion inglesi con insegne tedesche, per simulare una preda bellica, si era presentata ai posti di blocco della piazzaforte con un carico di “prigionieri”. Alla guida c’erano uomini con l’uniforme dell’Afrika Korps: nella realtà, uomini dello Special Interrogation Group britannico (SIG), tra cui spiccavano ebrei di lingua tedesca sfuggiti ai nazisti che si erano insediati in Palestina, incaricati di portare, senza dare nell’occhio, un commando inglese alle porte di Tobruk mentre sull’altro versante gli uomini del Long Range Desert Group, gli Scorpioni del deserto, avrebbero messo a tacere le sentinelle e le prime batterie costiere in attesa del grosso della forza d’invasione, che sarebbe giunta dal mare per infiltrarsi nel perimetro della base, neutralizzare difese, colpire le unità navali alla fonda, incendiare depositi di carburante e infrastrutture portuali, quindi ritirarsi prima che la guarnigione potesse organizzarsi una vera risposta.
Sulla carta quella che era stata codificata come “Operazione Daffodil”, un audace colpo di mano per sferrare un duro colpo alla base navale italo-tedesca di Tobruk, nella Cirenaica orientale, era stata pianificata nei minimi dettagli, coinvolgendo unità di prima scelta contro una guarnigione composta da quelli che le informative dell’intelligence britannica avevano liquidato come “low-grade Italian troops of brigade strength”, reparti italiani considerati di modesta capacità combattiva; nella pratica, la combinazione di fanti di marina del Battaglione San Marco, marinai della Regia, carabinieri e serventi delle batterie, meccanici e personale logistico, oppose una reazione che gli inglesi non avevano assolutamente previsto, proteggendo un caposaldo essenziale per il sistema logistico dell’Asse e respingendo l’incursione dei Royal Marines che, assieme alla Royal Navy, patirono pesanti perdite. Mandando in fumo la prima delle quattro azioni previste dalla più ampia Operazione Agreement, il cui unico obiettivo era distruggere le scorte di carburante delle divisioni corazzate del generale Rommel, componente essenziale per la Deutsch-Italienische Panzerarmee.
Quando i bombardieri della Royal Air Force iniziarono a bersagliare la zona settentrionale del porto come diversivo, i falsi camion di prigionieri, condotti dagli uomini del SIG in uniforme dell’Afrika Korps carichi di incursori, si avvicinarono al perimetro della base per mettere a tacere le batterie costiere al fine di proteggere l’arrivo delle motosiluranti cariche di assaltatori, mentre sul lato opposto della baia, i segnalatori sbarcati dal sottomarino Taku avrebbero indicato le spiagge di sbarco alla “massa d’urto” di circa 500 Royal Marines, giunti sotto la copertura dell’incrociatore Coventry e dei cacciatorpediniere Sikh e Zulu.
Fu allora che i primi serventi italiani opposero resistenza con successo, fermando gli incursori e inviando una staffetta che privò gli inglesi dell’effetto sorpresa. Quando i due razzi rossi tagliarono il cielo nero di Tobruk, tutta la guarnigione della base venne predisposta per la battaglia, mentre le batterie e i riflettori iniziarono a illuminare il mare alla ricerca dei mezzi da sbarco nemici. Le prime unità inglesi, sorprese a forzare le ostruzioni con il favore dell’oscurità, vennero prese di mira, mentre ovunque a terra gli incursori venivano cinti d’assedio o ricacciati in mare.
Complici del fallimento dell’intera operazione, oltre alla sottovalutazione dello spirito combattivo della guarnigione agli ordini del comandante Giuseppe Lombardi, che poté contare sulla prontezza dei marò, furono gli errori nella segnalazione delle coordinate di sbarco che portarono fuori rotta le lance.
La situazione a terra divenne in breve tanto tragica che le navi da battaglia della Royal Navy dovettero esporsi al fuoco per cercare di recuperare la forza di sbarco, che era chiaramente stata respinta ed era ormai allo sbando. Agli inglesi non restava che arrendersi o cercare di raggiungere le lance a nuoto per fuggire alla volta di Alessandria; questo mentre gli uomini del SIG, che avevano “sopraffatto il nemico” con l’inganno, svestivano le uniformi tedesche per indossare le insegne di commilitoni caduti e non rischiare di cadere in mano agli italiani ed essere fucilati come spie.
All’alba gli inglesi avevano perso quasi ottocento uomini, e quasi seicento erano stati fatti prigionieri. Un cacciatorpediniere, due incrociatori, diverse unità minori, motosiluranti e mezzi d’assalto erano colati a picco nel Mediterraneo battuto dagli aerei da caccia e dagli aerosiluranti della Regia Aeronautica. Il plauso maggiore, tuttavia, spettava agli uomini che si erano trovati a impugnare le armi per primi: personale di collegamento, meccanici, portuali, addetti ai servizi e militari con un addestramento al combattimento decisamente limitato rispetto ai Marò che intervennero in loro supporto, e ai veterani britannici che avevano sottovalutato la fermezza degli italiani nel tenere la posizione.
Mantenendo la lucidità dopo i sabotaggi e i bombardamenti, nonostante il taglio delle comunicazioni e il completo isolamento dei diversi settori della piazzaforte, i nuclei di resistenza composti da uomini di diverse specialità combatterono efficacemente, agendo di propria iniziativa. Rispondendo all’inganno - secondo alcune ricostruzioni italiane HMS Sikh e HMS Zulu sarebbero stati addirittura “ridipinti per ricordare unità italiane” e non navi da guerra inglesi - con il coraggio dell’improvvisazione.
Come spesso è accaduto nel corso del conflitto, la storia vedrà gli alleati tedeschi pronti a intestarsi in fretta il successo, relegando il coraggio italiano nella “notte di Tobruk” a racconto leggendario per quanti avevano preso parte all’impresa e, finita la guerra, avrebbero avuto voglia di raccontare quell’impresa in prima persona, complice la storiografia albionica che, ridimensionando la sconfitta, preferirà minimizzare l’apporto degli italiani a favore dei più efficienti e temibili tedeschi dell’Afrika Korps. Ciò che resta, nella memoria tramandata, è che quando la luce dell’alba balzò all’orizzonte su Tobruk, il 14 settembre del dell’anno più incerto della guerra, tra le mani di uomini poco avvezzi all’uso delle armi, erano le insegne dei Royal Marines sconfitti. E lo sono ancora.
