Sul ring e nella vita Donne che lottano per farsi rispettare

Nei match indossano abiti sgargianti e si picchiano davvero. Questo sport, versione latina del wrestling, è nato come risposta alla violenza domestica

Roberto Pellegrino

da La Paz

Di domenica nella cittadina di el Alto, dipartimento andino, nella provincia boliviana di La Paz, un migliaio di uomini e donne si concentra all'ingresso dell'arena Complesso sportivo 12 ottobre. A quasi 4.200 metri di altezza, l'ossigeno scarseggia e se non si è abituati, col minimo sforzo, è un attimo finire in ginocchio paonazzi a boccheggiare. Uno spauracchio che non funziona con i turisti più testardi, pronti a scattare immagini incredibili perché all'interno, tra canti e musica dal vivo, fiumi di birra e qualcosa di buono e speziato che frigge in padella, sorge un ring, dove il settimo giorno della settimana si ripete la liturgia della lotta libera tra le piccole e arrabbiate guerriere Inca. È un appuntamento impedibile, aperto a tutti, anche alle famiglie con bambini. La formula è cinquanta per cento gioco, con tanto di lega sportiva, e divertimento in un'atmosfera da festa folcloristica. Una lotta che ha antiche radici nelle civiltà precolombiane, poi rivisitata da influenze ispaniche e americane. Ogni domenica un gruppo di donne a El Alto, tra i diciotto e i quarant'anni, sale sul ring e, picchiandosi, dà spettacolo a un pubblico che le incita e scommette su di loro.

Loro, le cholitas (le lottatrici bamboline, ndr) sono snelle, formose e agguerrite, giovani e rumorose. Si truccano col rimmel e il rossetto, vestono come le bamboline andaluse del XVI secolo spagnolo, con camicette bianche cucite con antichi pizzi e gonne a disco volante, trapuntate di fili dorati. Non sono la versione latina e servile delle geishe perché le cholitas sul ring sono brave a darsele o a fingere di picchiarsi, tralasciando ogni grazia femminile. Sono le luchadores bolivianas, le cattive ragazze boliviane della versione latina del wrestling, diventato, in meno di due decenni, sport e intrattenimento molto apprezzato in Sud America.

L'origine della disciplina risale alla lucha libre (lotta libera, ndr) che spopolava negli anni Trenta in Messico da cui le cholitas hanno ereditato gli abiti tradizionali. I vestiti indossati sul ring sono un amalgama di abiti portati dai conquistadores spagnoli e portoghesi nel XVI secolo con quelli dei popoli andini Aymara, Quechua e Guarani, eredi della cultura Inca. I soldati del condottiero spagnolo Francisco Pizarro imposero alle boliviane di vestirsi come le spagnole, punendo severamente chi trasgrediva. Nei secoli, gli abiti femminili si sono evoluti e mischiati, ma hanno mantenuto alcune principali caratteristiche come le bombette su cui esiste una storia curiosa: i tipici copricapo inglesi erano destinati ai ferrovieri britannici, ma poiché avevano misure errate, furono spediti, in regalo, alle donne boliviane grazie ai missionari.

Le camicette delle cholitas sono in tessuto più leggero in pianura, più pesante in montagna e hanno una trama semplice, con ricami complessi, simili agli abiti delle feste delle donne andaluse. L'elemento indicativo delle lottatrici sono le ampie gonne, chiamate polleras, (gabbie per galline, ndr), con un gran volo e numerose pieghe, solitamente di colore rosso, giallo o champagne, cucite assieme a un numero incredibile di sottane, in seta, leggere, col pizzo, dette manqanchas. Scialli ariosi e coloratissimi - utilizzati per strozzare o accecare l'avversaria - completano la divisa officiale delle luchadores delle Ande.

Questa lotta delle ragazze andine, ovviamente, imita un po' della teatralità dell'american wrestling, in cui ogni mossa è drammatizzata ed esagerata con sangue falso, urla di morte e finte mosse. Sul ring, però, le botte sono vere, con il piacere del pubblico maschile e femminile. Le regole sono quelle del wrestling: se una lottatrice finisce con la schiena orizzontale sul tappeto, perde. Vietato tirarsi i capelli, anche perché spesso sono parrucche, tuttavia, a differenza degli incontri statunitensi, le tecniche e gli stili sono più originali e sviluppati: nel combattimento le picchiatrici fanno uso di violenti calci in volo, mosse di karate, lucchetti e forbici. Gli allenamenti sono duri e intensi, cinque giorni a settimana e dal 2000, da quando esiste questa lotta, le cholitas si sono affrancate da società sportive che le sfruttavano e sottopagavano.

Oggi le cattive ragazze si autogestiscono, hanno una loro lega sportiva che raccoglie gli sponsor e a turno le lottatrici vendono i biglietti e il cibo da loro preparato. Una lottatrice ha uno stipendio fisso attorno ai cento dollari per allenarsi, inclusa assicurazione medica gratuita, i premi dei combattimenti vanno dai 300 ai 500 dollari. Se un giorno non ti va di prenderle o darle, vendi i biglietti.

Non solo è il denaro che spinge queste bamboline ha picchiare duro, rompendosi costole, prendendosi lussazioni o un occhio nero. Questo sport nasce come risposta alla violenza domestica. Come reazione contro mariti, fidanzati, parenti violenti in un Paese, la Bolivia che, grazie a questo gioco, più che a una legge, ha visto una netta diminuzione della violenza di genere.

Nel corso degli anni, capitava che le donne maltrattate chiedessero aiuto alle amiche picchiatrici per regolare definitivamente i conti con i mariti violenti. E le autorità lasciavano fare. A quei tempi il wrestling delle cholitas era anche un mezzo per scaricare la tensione accumulata in ambenti con abusi domestici. Oggi, invece, è pura espressione di libertà, orgoglio indigeno e femminismo. Le loro esibizioni rappresentano una forma di riscatto, di autodeterminazione femminile, perché mai bisogna abbassare la guardia in una società dove sono ancora gli uomini a comandare. E, purtroppo, a menare le mani sul serio.

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