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Teatro

Bolle è l’“Apollo” di Balanchine

Per la prima volta il corpo di ballo del Piermarini affronta la mitica “Sacre du printemps” nella versione della coreografa tedesca. In “Apollo” Roberto Bolle è il dio, Nicoletta Manni una Musa

Bolle

Per la prima volta il Corpo di Ballo della Scala affronta «Le Sacre du printemps» nella celebre versione di Pina Bausch, rimontata per l’occasione da Josephine Ann Endicott, fidata assistente della Bausch. Accade dal 7 al 21 novembre, in un dittico che lo mette in dialogo con «Apollo» di George Balanchine. Le musiche sono, naturalmente, di Igor Stravinskij. Arrivano così alla Scala due mondi in forte dialettica: un dio, quello di Apollo, e una vittima, quella del Sacre, destinata al sacrificio per propiziare il ritorno della primavera. Da una parte la misura, la compostezza, il nitore neoclassico; dall’altra un rituale collettivo e primordiale, fatto di tensione fisica. È il mondo di Pina Bausch, che creò il suo «Sacre» nel 1975 per il Tanztheater Wuppertal, consegnando alla storia della danza uno dei suoi capolavori più sconvolgenti, però mai giunto alla Scala. Balanchine creò «Apollo» nel 1928, per Parigi. Un’opera destinata a segnare una svolta nella storia della coreografia. Via gli orpelli, le scenografie ridondanti, il gusto decorativo del balletto ottocentesco. Resta l’essenziale: il corpo, la musica, la linea. Apollo, dio della musica e della poesia, incontra tre muse Calliope, Polimnia e Tersicore e le conduce in un percorso di scoperta, seduzione e conoscenza. È un balletto di geometrie, equilibri e proporzioni, con Apollo affidato a Roberto Bolle e le muse a Nicoletta Manni, Martina Arduino e Virna Toppi, in alternanza con Alice Mariani, Gaia Andreanò e Alessia Auriemma.

Dopo l’intervallo, sullo stesso palcoscenico prende forma il capolavoro di Bausch, che rovescia radicalmente la prospettiva. La coreografa non si limita a tradurre in movimento la partitura di Stravinskij: ne fa una prova di resistenza fisica e psicologica. I trenta danzatori sono a piedi nudi, i corpi si muovono in un crescendo di tensione. Al centro c’è il sacrificio di una giovane donna, scelta dalla comunità per essere offerta alla primavera.

In «Apollo» il corpo tende verso l’alto, cerca la perfezione e la trasparenza. Nel Sacre affonda nella terra, si misura con la propria vulnerabilità e con la violenza della collettività. A tenerli insieme è Stravinskij, compositore che offre una materia musicale che i due coreografi trasformano in modi radicalmente diversi. In Balanchine la partitura diventa una struttura di straordinaria eleganza, in Bausch si trasforma in una forza tellurica. È anche questa la scommessa della Scala: mettere i propri danzatori di fronte a due linguaggi che richiedono qualità differenti, talvolta opposte.

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