Il Caos indica lo stato originario, il vuoto da cui ha origine l’Universo. Per Esiodo (Teogonia), è la prima entità ad esistere. C’è da dire che il Caos rappresenta anche l’irrazionale, ponendosi come l’antidoto della ragione. Andrée Ruth Shammah lo ha scelto come titolo della sua nuova stagione, rifacendosi ad un aforisma di Zaratustra di Nietzsche: «Bisogna avere il caos dentro per partorire una stella danzante», come dire che non può esserci creazione senza un vuoto originario, senza un disordine cosmico, disordine che Andrée ha sperimentato sin dalla sua prima regia, con la consapevolezza che il Caos non sia altro che quell’insieme di dubbi, paure, conflitti che stanno a base della creatività. Andrée ha sempre amato pescare nel disordine per trasformarlo, con i suoi attori, in una energia vitale messa a confronto con i tumulti interiori che creano momenti di smarrimento e di crisi. Lei sa bene, come dice Eschilo nell’«Agamennone», che «solo dal dolore nasce la conoscenza». Intellettualmente parlando, Andrée si colloca accanto a Cacciari autore insieme ad Esposito del volume «Kaos» e al Festival di Letteratura di Mantova, intitolato: «Caos».
A guardare i titoli delle produzioni della nuova stagione, sono il dolore, la sofferenza, la disabilità che diventano argomenti centrali di alcuni drammaturghi contemporanei. La prima novità è «Cost of living» di Martyna Mayr (1985), drammaturga polacca, scelta da Raphael Tobia Vogel che ama sempre cimentarsi con novità internazionali che sappiano affrontare i temi del caos interiore, soprattutto, quando bisogna misurarsi con la precarietà, le differenze sociali, le cure sanitarie o col confine, alquanto labile, tra vita e morte, tema affrontato anche da Massimo Recalcati in «Amen», regia Claudio Autelli, mentre il tema della fragilità giovanile è presente in «Lezione d’amore», regia Andrée Ruth Shammah, spettacolo ripreso, a grande richiesta del pubblico, insieme a «Chi come me» di Roy Chen che affronta il disagio giovanile. Alla vecchiaia e al caos esistenziale sono dedicati due testi di Lidia Ravera, con la regia di Emanuela Giordano: «Age Pride» e «Terzo tempo», nei quali l’autrice si chiede come potrebbero essere il terzo e il quarto tempo della nostra esistenza.
Un ragazzo disabile, col suo caos interiore, è il protagonista di «Petrolio», di Beatrice Gattai, regia Alessio Di Clemente, una storia d’amore, non romantica, costruita attorno a tre figure costrette a misurarsi con la violenza, la cura e la responsabilità. Una donna affetta da alzheimer, con identità in perenne deterioramento, è protagonista di «Marjorie Prime» di Jordan Harrison, regia Raphael Tobia Vogel.
Le ospitalità vantano nomi di attori e attrici di successo, da Gioele Dix autore di «Arrivato a questo punto», a Laura Morante interprete di «Insieme», di Fabio Marra, dove è ancora presente il tema della disabilità. Silvio Orlando è protagonista di «Il berretto a sonagli» e del caos che vive dentro di sé dopo aver scoperto che la moglie era l’amante del suo datore di lavoro. Altro testo di impegno sociale è «Pazza» di Tom Topor, regia di Fabio Coniglio, che ha per protagonista una squillo di lusso, accusata di omicidio, che la famiglia vuol salvare dichiarandola pazza. Come la Signora Fiorica di «Il berretto a sonagli» anche Claudia Draper si rifiuta di passare per pazza. Un discorso a parte merita Gabriele Vacis regista di «Prometeo» e di «Antigone e i sui fratelli» per il suo nuovo modo di concepire la tragedia e di come vada portata in scena, col contributo della «Scenofonia» di Roberto Tarasco.
