I teatri pieni, specie quelli alla Arcimboldi, non sono da tutti (gli scrittori). Gianluca Gotto, invece, ai pienoni è abituato. «L’importante è non tremare - dice - cerco di non dare troppa importanza al palco». Questa sera e domani, agli Arcimboldi, le luci rischiareranno il suo monologo, «Questione di karma», per un’ora e mezzo. Alla fine ci sarà tempo per le domande del pubblico. Cos’è il karma? «Non è quello che si intende in Occidente. Qui lo confondiamo con Dio, una forza superiore che prende nota e a un certo punto elargisce premi. Karma nella cultura induista significa azione. Siamo la conseguenza di quello che abbiamo fatto e anche di ciò che ci è stato fatto. È un concetto che aiuta a responsabilizzarci». Gotto, oggi trentaseienne, ha lasciato l’Italia a 20 anni per trasferirsi prima in Australia e poi in Canada, «per otto anni ho fatto i lavori tradizionali di chi approda in un Paese straniero, l’operaio, il cameriere, il panificatore. Volevo scoprire il mondo, quando si inizia a viaggiare a un certo punto ci si accorge che la fame di mondo è pari alla fuga. Mi sono ammalato seriamente di Dengue a Bali e li ho rivisto tutto». Da qui la svolta verso la spiritualità e il buddismo, si è quindi è dedicato alla scrittura facendo il ghostwriter e poi, dal 2018 pubblicando libri per Mondadori (il primo, «Le coordinate della felicità», l’ultimo «Ci basterà mangiare il vento»); oggi conta un milione di follower tra social e podcast e più di 1,5 milioni di copie vendute. E un pubblico che affolla i teatri per sentirlo parlare di felicità e di dolore. Cosa dirà della sofferenza? «Non ho ricette e neppure bacchette magiche - ammette - Condivido la mia esperienza, parlo dei miei incontri, fatico anche a definirmi buddista perchè cerco di non identificarmi ma devo riconoscere che il buddismo ha cambiato la mia vita. Il dolore è inevitabile ma la sofferenza non lo è, con noi può finire, solo che nessuno ce lo ha insegnato. Spesso attraversiamo la vita ripetendo schemi, paure e comportamenti che non riusciamo a superare, attribuendoli al carattere, alla genetica o al destino».

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