Un americano a New York, e soprattutto un americano capace di rivincere uno slam 23 anni dopo. È dai tempi di Andy Roddick UsOpen 2003 che le stelle e le strisce del tennis sono sempre più sbiadite («e che ansia» dice lui). Però adesso c’è la Gen Z, ed è tornato lo spettacolo: Taylor Fritz, un matusa in realtà (28 anni) fu battuto in finale da Sinner due anni fa, ora Ben Shelton può completare l’impresa dopo aver sconfitto in semifinale l’amico Tiafoe. Insomma il 13 settembre (il via alle nostre 20) può fare storia a Flushing Meadows, in un torneo giocato nel solito caos organizzato, tra calori, malori, cibo e marijuana a go go sugli spalti, e sessioni notturne sempre più a notte fonda. In questo clima la vittoria del 22enne ragazzone mancino potrebbe essere quasi una normale conclusione, anche perché Ben allenato da papà Bryan e fidanzato con Trinity Rodman, figlia dell’ex campione Nba Dennis - ha pure fatto fuori Alcaraz nei quarti alle 3 e 33 di notte. Ma non basta: «C’è un lavoro da finire», ha detto dopo l’ultima vittoria. Di sicuro non si accontenterà.
Dall’altra parte della rete c’è però Alexander Zverev, che insegue il secondo Slam stagionale e della carriera dopo il trionfo al Roland Garros. Senza Jannik e con Alcaraz a mezzo servizio, Il tedesco (già finalista sconfitto nel 2020) era il grande favorito dell’inizio, «eppure ho faticato molto, in realtà non mi aspettavo grandi risultati». Invece il suo mondo è andato al contrario e adesso non ha più paura, neppure di se stesso: «Giocare contro un americano non è un problema, anzi: il pubblico ostile mi esalta. Basta che sia educato». A New York l’impresa è ardua anche in questo senso, e poi Shelton ha già intenerito l’ambiente dedicando alla nonna appena scomparsa il traguardo raggiunto, con papà Bryan che si è commosso in conferenza: «Le mamme sono speciali, la mia lo era molto: è grazie a lei se adesso Ben può sognare». Diciamolo: sembra una storia già scritta, di quelle made in USA. Con il lieto fine.
