Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 14:15
In evidenzaAggiornato alle ore 14:15
Terrorismo

Svastiche, teschi, video dei decapitazioni: cosa c’è nell’ordinanza sul 16enne jihadista digitale

Dal saluto ‘’Heil Hitler” in chat all’adesione allo Stato islamico: a 16 anni si può essere confusi su tutto tranne che sulla cattiveria

Un'immagine generica di poliziotti della Digos. ANSA/NPK

C’è un’età, tra i 14 e i 17 anni, in cui non si sa mai bene cosa si vuole essere da grandi. C’è chi cambia idea tra ingegneria e medicina, chi tra il liceo classico e quello scientifico, e poi c’è il sedicenne di Como che ha passato il 2025 a decidere se il suo destino fosse il Califfato o il Terzo Reich, e alla fine — da bravo indeciso cronico — ha scelto entrambi. Nell’ordinanza con cui il gip del Tribunale per i Minorenni di Milano, Laura Margherita Pietrasanta, ha disposto per lui la custodia cautelare in un istituto penale minorile dopo l’inchiesta della sezione antiterrorismo della Digos Milano guidata da Beniamino Manganaro, il ragazzo compare come indagato per due reati agli antipodi ideologici solo sulla carta: partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo di matrice islamica (art. 270-bis) e istigazione alla violenza per motivi razziali ed etnici, con tanto di svastiche, “88” e “White Power”. Un curriculum che definire eclettico è poco.

Comincia tutto, come ogni indagine antiterrorismo che si rispetti, con un nome utente. Anzi, con quattro: “@ciao0541”, “abalhasan.#0”, “abuhamza0748” e “abuhudhayfah?!”, quest’ultimo un omaggio nemmeno troppo velato al portavoce ufficiale dello Stato islamico, tale Abu Hudhayfah al-Ansari. Perché se devi scegliersi un nickname per fare propaganda jihadista da adolescente, tanto vale scegliersi quello giusto: mica ti chiami “mario_rossi_97” e poi condividi nasheed tradotti in tre lingue.

Sì, perché il ragazzo — descritto dalla preside della sua scuola come “schivo e poco incline al dialogo con i coetanei”, espressione che meriterebbe una standing ovation per il minimalismo — nel tempo libero non giocava alla playstation. Traduceva. Dall’arabo all’italiano, al francese, all’inglese: nasheed su nasheed, i canti di propaganda jihadista, con la stessa applicazione filologica di chi prepara la maturità classica. Peccato che il liceo, quello vero, lo frequentasse solo di striscio, mentre il resto della giornata lo passava — copincollo testuale dall’ordinanza — “navigando sul web facendo peraltro uso abituale di servizi VPN al fine di occultare l’effettiva origine e destinazione del traffico dati”. Un sedicenne più attento alla propria impronta digitale di metà dei dirigenti aziendali italiani.

E qui arriva la parte in cui la vicenda smette di essere solo inquietante e diventa surreale. Perché sul Discord del ragazzo gli inquirenti trovano conversazioni in cui saluta un interlocutore con un plateale “HEIL HITLER” e condivide contenuti neonazisti e antisemiti — svastiche, teschi, la scritta “burn Jews”, “burn niggers”, “burn faggots”, giusto per non lasciare margini di ambiguità sul destinatario dell’odio — e nello stesso fiato, sulla stessa piattaforma, con lo stesso pollice, manda in giro video di propaganda dello Stato islamico. Gli inquirenti hanno anche un nome per il fenomeno, “white jihad”: la fusione, non così rara quanto si vorrebbe, tra suprematismo bianco ed estremismo jihadista, due ideologie che sulla carta si detestano e che nella pratica, evidentemente, si scambiano volentieri il numero di telefono. O il link Discord, per essere precisi: il ragazzo ne condivide uno che porta dritto a un gruppo chiamato, con un gusto onomatopeico quasi tenero, “THE SMP”.

Il capolavoro di ecumenismo dell’odio arriva però con una conversazione ritrovata sul suo telefono, un Samsung Galaxy A04S che definire “arma del delitto” è tecnicamente corretto ma stilisticamente un affronto al genere noir. L’interlocutore si chiama “Timus Maximus” — nome che più che un jihadista evoca un professore di storia romana in pensione — e con lui il ragazzo scambia video di decapitazioni e bambini soldato, accompagnati da nasheed in francese, mentre confida di essere stato “dentro i media di propaganda” e di essere “stato un sostenitore attivo dello Stato islamico”, aggiungendo che è “troppo difficile e lungo da spiegare”. Encomiabile la sintesi. E poi la frase che nell’ordinanza pesa come un macigno, buttata lì con la naturalezza di chi commenta il meteo: “se fai saltare in aria i loro genitori aspettati che più persone radicali ti accolgano”. Seguita, per par condicio emotiva, da: “se avessi due anni in più, farei parte di loro”.

Sul suo computer, un Asus da gaming — perché anche il jihadista digitale ha bisogno di una scheda video decente — vengono trovati video di addestramento ed esecuzioni prodotti dai rami mediatici ufficiali dell’Isis, un manifesto propagandistico di Al-Qaeda nel Maghreb islamico, il video integrale della strage di Christchurch firmata Brenton Tarrant (il suprematista bianco, per chi si fosse perso nel frattempo l’orientamento ideologico), e — colpo di teatro finale — un tutorial in russo su come costruire un ordigno esplosivo artigianale, girato in quella che l’ordinanza descrive, con understatement da manuale, come “una comune cucina domestica”. Verrebbe da chiedersi se fosse la sua.

Il gip, che di fronte a questo campionario non si è lasciata impressionare dall’età dell’indagato, ha ravvisato “gravi indizi di colpevolezza” e un concreto rischio di reiterazione, disponendo la custodia cautelare in istituto penale minorile: la misura più severa possibile per un minorenne, giustificata dalla gravità dei reati e dalla “pericolosa inclinazione a delinquere” evidenziata da mesi di intercettazioni. Al ragazzo, difeso da un avvocato del foro di Firenze, viene ora affidato ai Servizi per l’amministrazione della giustizia, mentre l’Ufficio servizio sociale minorenni avvia gli accertamenti sul contesto familiare.

Resta, sullo sfondo, la domanda che nessuna ordinanza può risolvere: come si fa, a sedici anni, a passare da un gruppo Discord all’altro senza che nessuno — non i genitori, non la scuola, non gli amici che semplicemente non c’erano — se ne accorgesse per due anni. La risposta, temiamo, è la più banale e la più scomoda: bastava una connessione a internet e la porta chiusa della cameretta. Il resto, VPN comprese, l’ha fatto lui da solo.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.