Toh, le toghe si autoassolvono: le idee non c’entrano con le indagini

RomaDottor Luca Palamara, l’Anm che lei presiede critica Berlusconi quando denuncia la politicizzazione di magistrati che fanno inchieste contro di lui. Non ledono di più l’immagine della magistratura fatti come la partecipazione di importanti magistrati antimafia, come Ingroia e Scarpinato, al forum che festeggia la nascita di un giornale di parte, antigovernativo, come “Il Fatto”?
«Esprimere le proprie opinioni è un diritto di ogni magistrato, rientra nella sua partecipazione alla vita pubblica. Nulla ha a che fare con la sua imparzialità. Se un magistrato viene invitato ad un forum o ad un convegno, se scrive il suo pensiero su un giornale, di destra o di sinistra, questo non lede l’immagine della magistratura».
Ma c’è anche un dovere, per le toghe, di “apparire” libere dai condizionamenti politici.
«Certo, e infatti ci sono dei limiti nei quali il magistrato può esprimere le sue posizioni. Regole stabilite dal nostro codice deontologico, dalle disposizioni dell’ordinamento giudiziario e dalle altre leggi. Ad esempio, il magistrato sa che non può parlare delle sue inchieste. E se non si attiene a queste regole può essere sottoposto a giudizio disciplinare».
Una recente sentenza della Corte costituzionale ribadisce il no all’adesione ai partiti e la necessità per il magistrato di apparire imparziale.
«Riguarda le candidature dei magistrati alle elezioni e le cariche nei partiti. L’elettorato passivo non si può certo cancellare, ma si può discutere dell’opportunità che un magistrato eletto torni a fare il suo lavoro. Purtroppo, a volte c’è confusione tra i magistrati entrati in politica e il ruolo dell’Anm, che difende il punto di vista dell’intera magistratura senza pregiudiziali. Non ci stiamo ad essere schiacciati nel ruolo dell’opposizione, di posizioni del Pd o dell’Idv».
Per difendere questo ruolo non sarebbe meglio evitare la difesa ad oltranza della corporazione e isolare i magistrati che sbagliano?
«L’Anm è impegnata in un’operazione di rinnovamento che vuole proprio spezzare il corporativismo della magistratura. Non difendiamo aprioristicamente tutti e battiamo sul tema della professionalità, spezzando un tabù che riguarda anche la scelta dei dirigenti e le valutazioni quadriennali che hanno sostituito il vuoto di controlli. Accanto all’autonomia e all’indipendenza, ci vuole la responsabilità. In un momento difficile per il Paese serve una magistratura preparata, soprattutto quando si maneggiano indagini delicate che lambiscono il livello politico. È una strada non semplice e lo testimoniano non solo le critiche e anche gli insulti che riceviamo dall’esterno, ma anche le resistenze e il vivace dibattito interno».
Gli attacchi li sferrate anche voi, come l’ultimo al premier.
«Abbiamo ribadito che non si può delegittimare di fronte al Paese la magistratura come istituzione. Soprattutto, parlando di mafia. Questo governo è impegnato nella lotta alla criminalità organizzata e ha varato importanti provvedimenti, ora non può lasciar soli e accusare di sprecare denaro chi è in prima fila in questa battaglia».
Per combattere la politicizzazione della magistratura si chiede la riduzione del peso delle correnti. Voi che fate per questo?
«È un altro tema sul quale siamo molto impegnati. Abbiamo fatto proposte per cambiare la selezione dei candidati al Csm, in modo da non vincolarla ai giochi delle correnti».
Napolitano è intervenuto sul Csm perché discutesse «con serenità» pratiche a tutela di magistrati entrati in conflitto con il premier e il governo. È la prova che anche lui temeva strumentalizzazioni politiche?
«Non posso interpretare le intenzioni del Quirinale. Però, le pratiche a tutela sono legate non alla difesa corporativa dei singoli magistrati ma alla legittimazione dell’ordine giudiziario. Il Csm dovrà affrontare il problema nel modo più giusto e corretto».
Quanto temete la riforma del processo penale in arrivo?
«Nessuna chiusura pregiudiziale. Auspichiamo una riforma che punti sul servizio, metta i magistrati in grado di lavorare e intervenga sulla vera emergenza della giustizia: i tempi del processo».