Tormenti e ansie da rockstar

Tormenti  e ansie da rockstar

Chi non invidia la vita privilegiata di una rockstar? I divi hanno tutto, la gloria, rifornimento continuo di ragazze, denari a strafottere, feste che sembrano baccanali. Eppure il loro isolamento - difeso da protettori a pagamento -, la loro follia, i loro bruschi ritorni alla realtà si trasformano speso in un irresistibile invito alla demenza o alla depressione. La storia del rock è piena di stelle che non superano la crisi esistenziale. Un nome su tutti? Kurt Cobain. Kurt era l’idolo, il leader dei Nirvana, l’ultimo innovatore del rock, eppure le sue depressioni (e l’abuso di droga) lo resero un automa. Rovinò la famiglia (la moglie Courtney Love), tentò di suicidarsi e di spararsi diverse volte (anche a Roma) e alla fine ci riuscì con un fucile. Non si sapeva nulla di lui da una settimana quando lo trovarono in una stanza sopra il garage della sua casa di Seattle. Nel quindicesimo anniversario della sua morte Brandon Flowers dei giovani Killers ha dichiarato emblematicamente: «Cobain e il grunge hanno portato la depressione nel rock». Sarà, ma basta guardare come si ridusse Elvis per capire che il fenomeno è antico. Parliamoci chiaro, il re del rock morì sfatto e pingue, vittima delle sue paranoie e delle sue psicosi che combatteva con micidiali cocktail di pastiglie (e il cerchio si chiude con Michael Jackson). Epiche le crisi esistenziali di Lou Reed, parzialmente attutite da alcuni suoi lugubri capolavori come Berlin. Nonostante il glamour e le sue mille trasformazioni, neppure David Bowie è sfuggito alla psicanalisi, alla nevrosi pesante, all’anoressia e Boy George in crisi d’identità è finito persino in galera. Il grande produttore Rick Rubin diceva: «Certe rockstar rischiano di fare la fine di quello che dipingendo il pavimento si è chiuso nell’angolo dove non c’è la porta». Si riferiva a Trent Reznor, instabile capo dei Nine Inch Nails, che nelle sue follie maniacal-depressive registrò un cd nella villa dove Charles Manson sterminò Sharon Tate e i suoi ospiti.
C’era una volta - ma non è una bella fiaba - Richard James Edwards detto Rickey, intellettuale tormentato, depresso, masochista e soprattutto chitarrista dei Manic Street Preachers. Non erano i Beatles, ma andavano forte col loro glam pop finché, nel ’95, Edwards sparì nel nulla, come in un racconto di Poe, e fu dichiarato ufficialmente morto l’anno scorso. In Italia - a parte la tragedia di Tenco - dieci anni fa Maurizio Costanzo ha portato in giro per i teatri la «crociata pro depressi» con Branduardi, Vecchioni e la Mondaini che mettevano in piazza i loro problemi. Parlare aiuta; Corey Taylor degli Slipknot è finito in clinica per curarsi e da lì ha deciso si stendere la mano ai bambini con problemi nervosi. Ha girato un video in cui dice: «La depressione fa star malissimo ma pensate che è temporanea e voi siete forti, più forti di quello che pensate».