Sottovalutato, ignorato, disprezzato. Per anni la (sedicente) intellighenzia di sinistra ne ha detto tutto il male possibile. Così oggi ha quasi il sapore di una piccola rivincita Giovannino Guareschi (sottotitolo, quantomai opportuno, Non muoio neanche se mi ammazzano): il tv movie con cui, domenica in prima serata, Raiuno celebrerà l’amatissimo autore di Mondo piccolo. In qualche modo omaggiandone l’inconfondibile stile, a metà tra la favola per adulti e l’apologo sociale. A raccontare infatti, nella fiction scritta e diretta da Andrea Porporati, la biografia di Guareschi dal suo ritorno (a piedi) dal lager in Polonia, fino all’ingresso in carcere dopo la condanna per vilipendio a De Gasperi («Certe volte per restare liberi bisogna stare in prigione», dice) sono, fuori campo, proprio le voci di Don Camillo e Peppone, imitate da quelle di Carlo Romano, doppiatore di Fernandel, e di Gino Cervi. E le riconoscibilissime silhouette dei due personaggi talvolta anche appaiono, come ombre su un muro o un selciato, a materializzare «l’idea che in fondo siano tutti e due - osserva Porporati - la proiezione del loro autore».
Del protagonista l’interprete Giuseppe Zeno ha lo stesso naso prominente sopra i tipici baffoni; meno la corpulenta fisicità che, prima dell’arrivo di Cervi, fece pensare proprio a Guareschi come interprete di Peppone (mentre pare che lo scrittore fosse contrarissimo a Fernandel, «perché - dice nel film - don Camillo non deve solo parlare in emiliano; deve anche pensare, in emiliano»).
Ma a detta dell’oggi ottantatreenne Alberto Guareschi, primogenito e consulente del film, «nel ruolo Zeno è azzeccatissimo. È proprio come mio padre; soprattutto nel modo di rivolgersi a noi figli». Polemico, coraggioso, coerente, sempre controcorrente, pur nella profonda ironia ed umanità, viene qui definito senza mezzi termini «genio». «E pare quindi incredibile - riflette il co-sceneggiatore Marco Ferrazzoli - che uno scrittore che ha venduto oltre 20 milioni di libri in 142 lingue, ancora oggi amatissimo ovunque per i film che ne sono stati tratti, e che può quindi essere valutato come uno dei maggiori letterati del 900, sia stato per decenni considerato solo un reazionario bigotto». La sua colpa? «Una, soprattutto. Essere un umorista. Perché in Italia, ancora oggi, ridere del potere è una colpa che in bisogna farsi perdonare». Naturalmente il film pesca a piene mani nelle frasi-slogan che gli attirarono in egual misura fama e ostilità: da «Non muoio nemmeno se mi ammazzano», quando fu internato due anni per aver rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale, a «Nella cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no», coniato per sostenere la Dc contro i comunisti «trinariciuti» (dotati cioè di una terza narice, segno mancanza di spirito critico) alle elezioni del ’48. Piuttosto sorprendentemente, invece, nel film non c’è traccia della sua profonda fede religiosa, essenziale per comprendere «i valori di umanità per cui il suo Mondo Piccolo - come dice Zeno - può oggi essere definito un mondo ideale». E importante perfino per certi comunisti di allora (e di oggi): pensiamo a Peppone che si toglie il cappello davanti al Cristo, o che va a confessarsi di nascosto dai compagni. L’estrema coerenza è invece sottolineata dal suo rifiuto di chiedere la grazia, dopo che era stato incarcerato per la pubblicazione di due lettere compromettenti di De Gasperi, poi rivelatesi false (e nonostante Indro Montanelli lo avesse messo in guardia); «grazia rifiutata perché sarebbe stato come ammettere una colpa che non credeva d’aver commesso. E per protesta contro il rifiuto dei giudici di accettare una perizia che invece dichiarava le lettere autentiche».
«Anche se Guareschi fa ormai parte della nostra identità di italiani - osserva il regista Porporati - bisogna riconoscere che è stato un po’ dimenticato. Meglio: fagocitato dai suoi stessi personaggi. Così io spero che prodotti come il nostro spingano ad un atto che ritengo non più rinviabile. Inserire anche le opere di Giovannino Guareschi fra i testi di lettura scolastici».
