Nel giorno della scomunica per lo scisma lefebvriano ho fatto l'unica cosa sensata: sono andato a Gricigliano. Non per nostalgia, ma per cronaca. A vedere l'ordinazione di nuovi sacerdoti del Cristo Re con il rito tradizionale, presieduto dal cardinale Raymond Leo Burke: latino, Te Deum, incenso. Eppure, non è stato affatto un viaggio nel passato e tantomeno nello scisma. Ma al contrario ci si sentiva al centro della Chiesa del futuro.
Perché l'antidoto e il veleno possono venire dalla stessa pianta, cambia il fine e bisogna comprenderne uso e differenze. Così come tradizione e tradimento derivano dallo stesso verbo: tradere, trasportare, consegnare. E oggi si capisce: non è il latino il problema della Chiesa. Non è il rito tridentino a dividere, ma la furbizia politica di chi vuole rompere la Chiesa usando il suo basamento più solido come è avvenuto a Ecône in Svizzera. Ma anche di chi liquida tutto dando la colpa al passato.
Il tradimento di quei quattro vescovi scomunicati da Papa Leone ha finito per rafforzare la modernità di chi è rimasto dentro una Chiesa diventata nuova dopo il Vaticano II, capace di attraversare il secolarismo più spiazzante, soprattutto nell'Italia un tempo devota alla curia romana.
Il nemico è un altro oggi. Viene da visioni della religione che la trasformano in fanatismo. Non certo dalla Tradizione, alla fine, che a pensarci bene altro non è che il progresso migliore, quello che ha resistito.
Vale in politica, dove il rispetto per la patria viene scambiato per nazionalismo. Vale nella Chiesa, dove il rito antico non è l'avversario ma può essere perfino un ponte di salvezza proprio perché qualcuno l'ha impugnato come spada, invece che come croce.