Venezia, festival a senso unico Il film è sempre profondo rosso

Sulla passerella della Mostra cinematografica sempre gli stessi ingredienti: diffuse sinistrerie, nostalgie sessantottine, antiamericanismo. Moore: licenzia chi non la pensa come lui. Chavez: il tiranno come un divo

Venezia, festival a senso unico 
Il film è sempre profondo rosso

La Morta di Venezia, un caso clinico di imbalsamazione collettiva con allucinazione ideologica. Parlo della rassegna cinematografica e del suo grottesco carnevale sul Lido. A Venezia danno sempre lo stesso film. Può cambiare il mondo, può sparire la sinistra, possono mutare le forme di vita sul pianeta, ma in quel ridicolo Carrozzone cinematografico gli ingredienti sono sempre gli stessi: ombre rosse, diffuse sinistrerie e nostalgie sessantottine, antiamericanismo, anticapitalismo e antiberlusconismo, critiche alla videocrazia nel nome della cinemacrazia, un quadretto oleografico dei centri sociali, qualche pernacchia alla fede cristiana e un doveroso omaggio agli ebrei, poi marchettoni ai gay e agli immigrati, più le solite castronerie latino-americane: una volta il Che, un’altra Castro, ora Chavez. Dittatori, o almeno populisti, ma dalla parte giusta. I buoni e i cattivi si conoscono a priori, si potrebbero distribuire gli ingredienti agli spettatori e il film se lo montano da sé, direttamente a casa loro. Maselli che rimpiange il comunismo e celebra i centri sociali, Placido che rimpiange il '68, Tornatore che torna al comunismo paterno. Ma che noia, tutti allineati e compagni. Mai uno che abbia una memoria diversa, una nostalgia diversa, un rimpianto bianco, nero o blu. C’è solo il rosso per i Manieristi piangenti del Rondò veneziano. Uno stucchevole rococò di luogocomunisti, anzi un remake di tardocomunismo, più ossequi devoti al politically correct. È putrida la laguna cinematografica a Venezia. Già cent’anni fa Marinetti considerava Venezia la capitale e il simbolo del passatismo. Ma se vai al Lido nei giorni della Morta cinematografica ti sembra viva e moderna perfino la vecchia e rancida Venezia, con i suoi fetidi canali e le sue antiche calli; ti sembra che sprizzino salute anche i suoi funebri paramenti e che sia salubre pure quell’aria di sontuoso degrado. Alla Mostra c’è sempre un manifesto indignato da firmare. Per la libertà, contro la guerra e gli americani, contro un tiranno vero o presunto, in difesa del cinema o contro le leggi sul cinema, come è il caso di quest’anno. Mi sono convinto che la sequenza sia invertita, ovvero prima firmano e poi trovano il motivo. Accade perfino il paradosso che si raccolga l’unanimità dei consensi in favore del dissenso e che l’intero cinema denunci la dittatura sul cinema, senza accorgersi di quanto sia ridicolo firmare compatti contro un dittatore che evidentemente è nella clandestinità se nessuno o quasi è dalla parte sua o ha il coraggio di dirlo. Accade perfino che Tornatore bacchetti il suo produttore, e premier, perché ha osato parlar bene del suo film e quindi lo compromette agli occhi del Regime Cinematocratico. Faccio un film di nostalgia compagna, il produttore anticomunista mi lascia fare e guai se solo si azzarda ad elogiarmi... A vivacizzare il Cadavere in laguna quest’anno sono sbarcate un paio di pupe rubate alla cronaca rosa-politica: ammesse a Venezia solo perché evocano l’era sultanesca ed erotomane del regime berlusconiano. Tutto il resto è noia. Perché allora ne parliamo anziché tacerne? Perché amiamo il cinema e lo prendiamo ancora troppo sul serio; lo consideriamo la mitologia dei nostri tempi, anzi l’officina principale di miti, linguaggi e icone. E fa male vederlo così ridotto a ripetersi di continuo ed essere sempre stupidamente conforme, mai veramente difforme. Ma anche per un’altra ragione: a Venezia si mette in mostra il ritardo penoso delle mafie culturali sulla realtà, dei rottami ideologici sulla vita. Venezia è l’obitorio della sinistra diffusa, la sua camera ardente. Ma perché non viene mai a nessuno di raccontare, mandare in concorso e magari premiare, che so, la storia di una donna che decide di non abortire, di un ragazzo che abbandona lo squallore di un centro sociale, di un villaggio gay, trans o di un gruppo di spacciatori? Come mai nessuno mai osa raccontare un Che Guevara in negativo o i miracoli di Lourdes in positivo; nessuno si azzarda a interrompere la gloriosa saga del '68 per raccontare magari la storia dei ragazzi di destra che pagarono di persona? Perché nessuno fa un gran film su Zarathustra di Nietzsche o su Ezra Pound, poeta in gabbia e in manicomio; o, che so, la storia controversa ma epica di Codreanu e di José Antonio morti per le loro idee; o che so, sui popoli meridionali massacrati dai giacobini italo-francesi perché fedeli al loro re e alla loro fede? Credete che non ci sia poesia, vita e gloria di narrazione su altri versanti e altri sentimenti? Perché dobbiamo leggere la solita intervista contro Berlusconi a quello sgradevole panzone gonfiato di Michael Moore che degli americani ha tutti i difetti, dall’obesità al cattivo gusto all’infantilismo radical, senza averne le virtù, e poi sputa sul Paese e sul sistema che gli danno fama e soldi, anche per produrre i suoi documentari anti-Usa? Non è pensabile che un tema fuori dall’orizzonte ideologico della Morta di Venezia possa essere proiettato, discusso e premiato. Ma ancora peggio, è impensabile che possa essere scritto, prodotto e girato. Come vedete, non auspico di cancellare la vulgata sinistrese, sessantottina, antiamericana, antiberlusconiana; mi limito a chiedere di rappresentare il mondo e le sensibilità per intero, in più versanti e non solo in uno, per giunta così abusato. Ma non è pensabile che ciò avvenga. Perciò ho l’idea che davvero la Mostra del Cinema viva in una bolla sospesa per aria, fuori dal mondo, isolata dalla realtà e dalla vita. Si chiama rassegna perché dobbiamo rassegnarci? Quante pecore dietro un Leone...