Un viaggio di ritorno dalla Sardegna è, per definizione, la fine di una parentesi di decompressione. Ma per chi si imbarca sulla tratta Olbia-Livorno con Moby Fantasy, la vera sorpresa non sta soltanto nel profilo delle scogliere che si allontanano all’orizzonte, quanto in ciò che accade all’interno della nave. Perché c’è un’Italia che non ha bisogno di grandi insegne per farsi riconoscere. Un’Italia che lavora mentre gli altri sono in vacanza, che prepara un piatto quando fuori è ancora buio e che, tra una traversata e l’altra, ha imparato a trasformare una nave in una casa. Dove il viaggio cessa di essere un mero spostamento logistico per trasformarsi in un’esperienza di ospitalità pura, retta da una squadra di bordo che ha trasformato la navigazione in una tradizione di famiglia.

Metti insieme volti che conoscono queste rotte come le proprie tasche e il cerchio all’insegna della professionalità è chiuso. Con figure fondamentali nella gestione della vita della nave come i primi commissari di bordo Maura Lombardi e Giulio Andreetta, quest’ultimo con vent’anni di servizio alle spalle dentro la compagnia, la garanzia di coordinamento e fermezza marinaresca è assicurata.
Poi c’è la sala, dove l’accoglienza è una professione coltivata nel tempo: Giacinto Chianchiano, primo cameriere in Moby dal 2004, e Massimo Patamia, una colonna della ristorazione di bordo, primo cameriere dal lontano 1993, quando la navigazione commerciale aveva ritmi e volti completamente diversi. Veterani pieni di passione e di tanta umiltà.

Accanto a loro, spazio per le nuove generazioni come Raffaele, assunto a soli 17 anni e da quattro stagioni presenza fissa tra i ponti della nave, a dimostrazione di una continuità generazionale che non si improvvisa. Ma è quando si passa dalla sala ai fornelli che il racconto cambia marcia. In un’epoca in cui la ristorazione di viaggio ha spesso ceduto alle lusinghe del cibo precotto e scongelato alla rinfusa, la brigata guidata dallo chef Giuseppe Marrazzo, insieme a Francesco Borragine e Francesco De Sena, rivendica con orgoglio una scelta controtendenza.

A bordo della nave il pane viene impastato e infornato ogni giorno, così come la pasta, la pasticceria e i dolci freschi. La mozzarella, con il caglio preso rigorosamente da Battipaglia per garantire la tipica consistenza del prodotto campano d’eccellenza, viene fatta a bordo integrandosi con la pasta fresca in un menu che non ha nulla da invidiare ai ristoranti della terraferma. Anche la carne è di altissima qualità e viene garantita al passeggero-cliente la possibilità di scegliere il tipo di taglio.

Il risultato è un ambiente marcatamente familiare, dove l’attenzione al dettaglio della cucina del Sud incontra l’efficienza della tradizione marittima. Un piccolo presidio di qualità artigianale e valore umano al centro del Tirreno, che dimostra come anche in mare aperto la differenza la facciano ancora e sempre le persone. Una piccola fabbrica del gusto galleggiante, certo. Ma soprattutto una squadra di persone che ha trasformato il proprio posto di lavoro in una comunità. E forse è proprio questo l’ingrediente che non si trova in nessun menu.
