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Storia d’Assalto

Zanzibar 1896: la guerra più breve della storia

Un sultano deciso a non cedere il trono, un ultimatum ignorato e i cannoni della Royal Navy pronti ad aprire il fuoco. Così, il 27 agosto 1896, iniziò e finì la guerra più breve della storia

Storie d'Assalto

Mancavano pochi minuti alle 9 del mattino, quando a bordo dell’incrociatore HMS St George, schierato al largo del porto di Zanzibar, venne issato il segnale che annunciava al resto della flotta d’attacco della Royal Navy di “prepararsi all’azione”.

È il 27 agosto del 1896, e il contrammiraglio Rawson, coadiuvato dal generale di brigata Mathews a capo di una forza di Royal Marines in candide uniformi bianche, attende la risposta all’ultimatum concesso a un sultano ribelle che si è imposto contro il volere di Londra come reggente del protettorato britannico, e per questo è arroccato nel palazzo reale con il suo harem, una forza di tremila soldati, e pezzi di artiglieria e mitragliatrici posti a difesa del perimetro. Nelle acque di fronte al palazzo che affaccia sullo stretto, invece, c’era il vecchio yacht reale, la Glasgow, armato con sette cannoni da nove libbre e una sola mitragliatrice Gatling, ispirato alla nave da guerra omonima della flotta inglese, almeno nella linea, ma non egualmente possente.

Tutti i cannoni della flotta inglese, forte di un secondo incrociatore, l’HMS Philomel, e delle cannoniere HMS Raccoon, HMS Thrush e HMS Sparrow, sono puntati contro il complesso del palazzo del sultano Khalid bin Barghash, che ha deciso di difendere il trono sul quale era salito senza il consenso della potenza che ormai esercitava il controllo politico sull’arcipelago: l’Impero britannico.

Gli inglesi erano stati inequivocabili: Khalid bin Barghash, usurpatore del Sultanato di Zanzibar, doveva lasciare il palazzo, ordinare ai suoi uomini di deporre le armi e rinunciare al trono entro le 9:00 della data fissata.

Khalid era convinto che Londra stesse bluffando. La flotta della Royal Navy, chiamata alle armi dall’alto diplomatico Arthur Hardinge, che intendeva porre sul trono Ḥamud ibn Moḥammed ed era stato scavalcato da Barghash nel territorio posto sotto la sua responsabilità diplomatica, non poteva essere più seria. Appena due minuti dopo, alle 9:02, iniziò quella che la storia militare ricorda come “la guerra più breve mai combattuta”: il conflitto anglo-zanzibariano.

Una guerra durata appena 38 minuti. Meno del tempo regolamentare di una partita di calcio, che appena un anno dopo, per volere della Football Association, fissò la durata dei match a due tempi da 45 minuti nei regolamenti mondiali.

Zanzibar e la spartizione dell’Africa

Per comprendere come una disputa dinastica potesse provocare l’intervento di una flotta della Royal Navy secondo la più emblematica delle tattiche imperiali, la ben nota “diplomazia delle cannoniere”, bisogna tornare indietro di qualche anno, nel pieno della spartizione coloniale dell’Africa, e guardare alla posizione strategica di Zanzibar lungo le rotte dell’Oceano Indiano. Durante il XIX secolo essa era diventata un importante centro commerciale per avorio, spezie e schiavi.

E sotto Said bin Sultan, sultano dell’Oman e di Zanzibar, la sua influenza si era estesa lungo buona parte della costa orientale africana. L’espansione delle potenze europee, in questo caso particolare l’Impero tedesco e quello britannico, aveva progressivamente eroso l’autonomia del sultanato e aveva portato, nel 1890, all’accordo anglo-tedesco conosciuto come trattato di Helgoland-Zanzibar, che, definendo le rispettive sfere d’influenza nell’Africa orientale, aveva portato Berlino a impegnarsi a non interferire nei rapporti tra Londra e Zanzibar, dove i mandatari inglesi consolidarono la propria posizione, imponendosi sull’arcipelago dell’attuale Tanzania e trasformando Zanzibar, di fatto, in un protettorato. Il sultanato continuava formalmente a esistere, ma il margine d’azione del suo sovrano doveva essere subordinato alle volontà della Corona inglese.

Londra perseguiva due obiettivi principali: ristabilire la solidità dell’economia mercantile dell’isola e smantellare progressivamente il sistema schiavistico. Un programma che, almeno nel secondo punto, colpiva direttamente gli interessi di buona parte dell’élite araba e dei proprietari delle piantagioni di spezie, i quali avevano sempre fatto affidamento sulla manodopera servile. Ciononostante, la politica economica promossa dal console generale Gerald Portal non fece altro che far infuriare i mercanti.

Per facilitare la transizione, gli inglesi pensarono di interferire nella successione al trono del Sultanato. Quando nel 1893 morì Ali bin Said, i diplomatici sostennero l’insediamento di Hamad bin Thuwaini, spegnendo sul nascere le brame di Khalid bin Barghash che, in quanto figlio del precedente sultano Barghash, tentò di occupare il palazzo rivendicando il titolo di sultano una prima volta nel 1893.

La crisi del 25 agosto

Quando Hamad bin Thuwaini morì improvvisamente il 25 agosto 1896, i britannici erano già pronti a favorire come nuovo sultano Hamud bin Mohammed, considerato l’uomo più adatto ad assecondare le politiche di Londra, e in particolare il processo di abolizione della schiavitù.

Khalid bin Barghash, quella volta, li anticipò. Occupò il palazzo e l’harem, si proclamò sultano e chiamò alle armi i propri sostenitori più fedeli, senza richiedere l’autorizzazione del console britannico prevista dagli accordi che regolavano la successione.

Per scoraggiare ogni mossa degli inglesi, schierò attorno al complesso reale una forza di 3.000 uomini tra guardie del palazzo, soldati, civili armati, servi e schiavi. Davanti agli edifici vennero piazzati pezzi d’artiglieria e mitragliatrici, mentre casse, balle di merci e altri materiali furono utilizzati per realizzare barricate che, secondo il nuovo sultano di Zanzibar, sarebbero dovute bastare a far desistere gli inglesi, i quali, secondo un’ottimistica visione, sarebbero scesi a patti.

L’ultimatum

Il governo britannico autorizzò l’impiego della forza purché l’azione avesse ragionevoli possibilità di successo. Una condizione che il contrammiraglio Rawson aveva considerato praticamente certa. Khalid ricevette l’ordine di ammainare la bandiera, deporre le armi e abbandonare il palazzo entro le 9:00 del 27 agosto. Se non avesse accolto le condizioni entro lo scadere dell’ultimatum, Rawson poteva procedere.

Mentre le imbarcazioni mercantili si allontanavano e donne e bambini britannici venivano trasferiti in luoghi sicuri, le tre cannoniere inglesi prendevano posizione davanti alla costa. Alle 8:30 il sultano comunicò al console che non aveva alcuna intenzione di ammainare la bandiera, fermamente convinto che gli inglesi non avrebbero mai aperto il fuoco. Il console, in contatto con la flotta, gli rispose che i britannici non avevano alcun desiderio di aprire il fuoco, ma che lo avrebbero fatto se gli ordini non fossero stati rispettati. Rawson ordinò di prepararsi all’azione e, due minuti dopo lo scoccare dell’ora, diciotto cannoni da 25 libbre aprirono il fuoco sul palazzo.

Uno dei primi colpi della Thrush mise fuori combattimento un cannone da 12 libbre, mentre le salve successive investirono il complesso reale. I proiettili ad alto esplosivo distrussero rapidamente le postazioni d’artiglieria e provocarono incendi che cominciarono a propagarsi attraverso il palazzo e l’harem. Le barricate improvvisate dai soldati del sultano non offrirono alcuna protezione, esponendo migliaia di uomini al fuoco diretto dei cannoni navali.

Alle 9:05 entrò in azione lo yacht reale. La Glasgow aprì il fuoco contro la St George con i propri cannoni, scatenando la risposta degli incrociatori che la affondarono nelle acque poco profonde del porto, dove il relitto rimase fino al 1912, insieme ad altri due battelli dai quali era giunto fuoco di fucileria.

A terra le batterie del sultano erano state neutralizzate; il complesso reale, costruito prevalentemente in legno, era stato crivellato dai proiettili e bruciava. Le insegne del sultano, invece, non sventolavano più. Erano state abbattute da una bordata.

Alle 9:40 i cannoni tacquero. La guerra appena iniziata era già finita. Tra le macerie giacevano oltre 500 corpi. Il sultano, invece, si era dato alla fuga insieme al capitano Saleh e a una quarantina di seguaci, raggiungendo il consolato tedesco alle spalle del complesso diplomatico. Un inviato della Reuters riferì che il sultano era fuggito in pigiama.

Nel pomeriggio, gli inglesi avevano già insediato Hamud bin Mohammed, il nuovo sultano pronto ad accogliere le loro richieste. Nei mesi successivi, sotto pressione britannica, iniziò il processo di abolizione della schiavitù, che avrebbe richiesto anni per essere applicato concretamente.

L’esilio di Khalid

Nonostante lo sbarco dei Royal Marines e di un certo numero di marinai che presero il controllo del porto al termine del bombardamento, Khalid era ormai sotto la protezione del consolato germanico. Londra chiese la consegna del sultano, e un certo numero di soldati venne schierato intorno al palazzo per impedire ogni via di fuga, ma il rappresentante di Berlino si rifiutò.

Il 2 ottobre la nave tedesca SMS Seeadler entrò nel porto e, approfittando dell’alta marea, una sua imbarcazione raggiunse direttamente il cancello del consolato. Khalid venne prelevato e trasferito a bordo senza attraversare il territorio controllato dagli inglesi, quindi portato a Dar es Salaam, nell’Africa orientale tedesca. Gli inglesi lo avrebbero catturato soltanto nel 1916, durante la campagna dell’Africa orientale della Prima guerra mondiale. Dopo l’esilio alle Seychelles e a Sant’Elena gli fu consentito di tornare nell’Africa orientale, dove morì a Mombasa nel 1927.

Quello che si consumò il 27 agosto 1896 non fu soltanto un scontro destinato a passare alla storia per il suo tempo da record, ma fu uno degli esempi più estremi della devastante efficacia della cosiddetta “diplomazia delle cannoniere”. In appena 38 minuti una forza navale soverchiante aveva rovesciato con la potenza delle armi un sultanato, imponendo la sua volontà al costo di un solo marinaio ferito a bordo della HMS Thrush. Perché spettò ai sostenitori di Khalid rimasti a Zanzibar l’onere di pagare un conto di 300.000 rupie come “risarcimento per i proiettili sparati e i danni provocati dai disordini” nella guerra più breve che la storia militare ricordi.

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