Rai, al Tg1 i "disertori" del Pd tifano per il direttore Minzolini

L'editoriale della discorsia ha rotto gli schemi, pure i giornalisti veltroniani ora "tradiscono" il partito

Roma Volevi che non facessero salpare la corazzata Potëmkin? A dar fuoco alle caldaie e alle polveri contro lo scoglio del Minzo han fatto scendere in mare l’ammiraglio Nino Rizzo Nervo, democristiano siculo di lungo corso, benedetto in anni non sospetti da Sergio Mattarella, uomo in Rai della Margherita ed oggi del Pd corrente Franceschini, ça va sans dire. Mica han mandato quel consigliere col nome da calciatore olandese, di stretta nomina e osservanza veltroniana: per una cannonata del genere ci voleva una faccia perbene e «moderata», Rizzo Nervo appunto. Il quale, con signorilità e compunzione, s’è fatto intervistare sull’amica Repubblica chiedendo addirittura le dimissioni del direttore del Tg1. Perché avrebbe «violato gli impegni presi». E condizione ancor più delegittimante, «la sua redazione non condivide il modo in cui sta dirigendo il Tg1». Dunque, se Augusto Minzolini «non si pone il problema» di andarsene, nel prossimo cda di viale Mazzini «sarà affrontato il caso».
Non c’è niente da fare, vengano dalle sagrestie o dalle feste dell’Unità, i cattocomunisti fingono sempre di scordare il passato sperando che se lo dimentichi anche la gente, esercitandosi spericolatamente nell’arte di diversificare pesi e misure. Ed anche Rizzo Nervo, come già Paolo Galimberti presidente Rai e Sergio Zavoli presidente della Vigilanza, imputa al direttore del Tg1 la «irritualità» dei due editoriali che ha osato leggere dal suo ponte di comando. Già non avevano digerito il primo, quando aveva spiegato che non intendeva inseguire più di tanto le storie di pelo riguardanti il premier, finché non fosse emersa «una notizia». L’ultimo, dove s’è permesso di dire che la manifestazione di quaranta giornali e cento tivù contro la «censura» era semplicemente «incomprensibile», li ha mandati fuori di testa. Avrebbe «creato una rottura con la redazione e con la tradizione stessa del Tg1», tuona il consigliere. Dimenticando, unitamente agli altri due pezzi da novanta, che ogni direttore ha potere e diritto di dir la sua. Qualcuno si stracciò le vesti, quando Paolo Mieli sulla prima pagina del Corrierone si schierò con Prodi? I suoi giornalisti che tifavano Polo han continuato tranquilli a scrivere, e i lettori al solito han votato come volevano. Quello è un giornale «privato», la Rai è di tutti, dice... Sì, e Santoro allora? Ma il Tg1 è il Tg1, dice. Ma in nome dell’incrociatore Aurora, Rizzo Nervo e gli altri hanno già dimenticato i 27 editoriali 27 di Gianni Riotta, che dirigeva il Tg1 quando c’era lui caro lei? «Noi del tiggì uno», pontificava Riotta a nome di tutti i giornalisti, anche quelli che non la pensavano come lui. Una volta ha mandato a spararsi un editoriale in video anche la Busi, che ha bacchettato per lungo e per largo la ministra Carfagna senza darle nemmeno la possibilità di difendersi.
Si capirebbe se Minzolini perdesse colpi. Ma anche l’ultimo confronto tra i telegiornali della sera gli dà ragione: 7 milioni e fischia di spettatori (share del 29,01), 700mila più del Tg5 di Mimun (share del 26,02). In verità ha ragione Giuliano Ferrara, che sul Foglio apprezza «la sfrontatezza bonaria e formalmente corretta» del barracuda cresciuto alla Stampa che, «catapultato alla guida della testata più ipocrita del mondo, ha cambiato in una serata le regole del gioco».
Lorsignori ovviamente non ci stanno, ed ecco Rizzo Nervo denunciare la «rottura» tra redazione e direttore. Ma in quale Rai vive, il consigliere? I suoi «referenti» nel Tg1 non gli hanno detto niente? Le cose infatti, vanno in tutt’altro modo, e lo confidano quasi tutti i colleghi.
Al Tg1 lavorano circa 170 giornalisti. Poiché poco è cambiato dalla Prima repubblica ed oggi come ieri son lottizzati, se ne contano una quarantina del Pdl, una manata dell’Udc e tre o quattro dipietristi. La stragrande maggioranza, 120 almeno, sono del Pd: i più di fede veltroniana, dopo che Walter fece secchi quasi tutti i dalemiani in Rai, ma il gruppazzo dell’ex Margherita si difende. Logico direste, che i più non amino il Minzo? E invece no, perché quando la redazione ha votato il gradimento, han detto sì al direttore in 104, con 12 astenuti e 50 contrari. Perché anche al Tg1 sono stanchi delle cordate rigide, dei poteri consolidati, della cappa che finisce per opprimere anche il miglior lottizzato. Il Minzo poi è stato abile, ha promosso le facce migliori dello schieramento democrat, depotenziando gli agguati. Sì è vero, il Cdr e il sindacato tuonano ma in redazione non se li rifila nessuno, per la manifestazione hanno diffuso un comunicato senza nemmeno convocare l’assemblea.
Dunque quello del consigliere sembra più un avvertimento, anticipato giorni fa da una lettera non firmata sull’Unità che avvertiva i «disertori» di non sperare, «finita la tempesta, di potersi ripresentare un giorno in video e leggere le notizie. La loro vita professionale, la loro dignità di giornalisti, si esauriscono qui. Con questo loro silenzio». Forza ragazzi, tornate sulla Potëmkin.