Il 9 ottobre del 1963 una frana piomba sul torrente Vajont, che tracima su Longarone, cancellando un paese e 1917 vite.
Mauro Corona, come cambia, in 63 anni, il ricordo di quella notte?
«Il dolore si muta in nostalgia e memoria. Per chi non c’è più: ho perso tanti amici, Wanda, Felice, Pierino che non aveva le scarpe, mio fratello sopravvisse per un soffio e, anni dopo in Germania, avrebbe comunque trovato la morte per via dell’acqua».
Che uomo sarebbe diventato senza il Vajont?
«Non so. La vita ti insegna ad andare avanti. Io volevo andare a scuola di intaglio in val Gardena. Mi son dovuto fermare alla terza media, autodidatta. Quando ho pubblicato il mio primo libro, papà lo gettò nel camino. Chissà come sarebbe andata».
Lei resta quel ragazzo di 13 anni che scappò verso l’alto...
«Il boato, il silenzio e, all’alba, un mondo che non era più il mio. Di nessuno. Scappammo su verso un rifugio, poi salii anche in elicottero per essere evacuato e mi prese in braccio il presidente Antonio Segni. Da allora, fino a Sergio Mattarella, giunto per il 60°, non abbiamo più visto nessuno. Cause assurde, indennizzi farsa. Erto, Casso, Longarone: ci fu la tragedia dei morti, ma anche quella dei vivi. Un popolo smembrato, cancellato: nella storia, dai Minoici ai Maya è spesso successo per calamità. Ma mai in pochi secondi».
Lei è uno di «quelli del dopo» come scrisse in un libro 20 anni fa...
«Pensato per il teatro, nessuno lo portò mai sul palco. Oggi il giornalista Piergiorgio Grizzo prova a raccontare a chi rischia di dimenticare. Spero nel suo progetto».
Cosa non abbiamo imparato?
«Tutto. Ci sono Vajont in politica, in economia. Erto e Casso hanno provato a ripartire, fra i borghi meno abitati d’Italia. Vuoi aprire un bar? Sarai sommerso da burocrazia e controlli. Vessati invece che aiutati».
Oggi non si farebbe più una diga così...
«Ma l’idroelettrico e le fonti rinnovabili, nucleare compreso, sono il futuro».
Ha cambiato idea?
«Sul nucleare sì. Votare contro nel referendum del 1987 fu un errore. Siamo circondati da Paesi che ci hanno investito e siamo rimasti indietro».
La natura ci parla: lo fece anche allora. Tutti sapevano...
«Certo, ma la Sade doveva vendere a Enel e nascose lo stato delle cose. Mia nonna diceva: prima o poi crolla tutto».
E oggi?
«Ho 76 anni, non cerco più il contrasto. E ogni tanto sogno. Sì, quegli amici bambini che non hanno potuto vivere e che porto nel cuore, il Felice, la Wanda, il Pierino».
