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Governo

“Una social card per la benzina? Allo studio misure selettive”

Il ministro: “Oltre alla filiera dell’autotrasporto, la priorità è aiutare chi si sposta per lavoro e i ceti meno abbienti

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso in video collegamento sul palco de La Piazza di Affaritaliani.it a Ceglie Messapica, 28 agosto 2026. ANSA/DONATO FASANO

Se tra cinque giorni il governo Meloni raggiungerà il record di longevità, al Mimit (ministero delle Imprese e del Made in Italy) spetterà quello del numero di ostacoli imprevisti, anche geopolitici, che si sono presentati uno via l’altro. Con il ministro Adolfo Urso partiamo dall’ultimo, il caro carburanti: per superare il nodo accise e rendere gli aiuti strutturali state pensando di utilizzare la social card?

«Saranno misure selettive, innanzitutto a beneficio di chi si sposta per lavoro e dei ceti meno abbienti. Oltre alla filiera dell’autotrasporto che abbiamo preservato con il credito di imposta, limitando così l’impatto inflattivo. La crescita della fiducia di consumatori e imprese anche in agosto conferma che siamo sulla strada giusta».

Restando sulla mobilità, nei primi sei mesi del 2026 le immatricolazioni auto sono salite di quasi il 10%. È un segnale di vitalità: come intendete sfruttarlo?

«Il segnale più forte viene dalla produzione. Nei primi sei è cresciuta del 13,4%, circa 302.000 unità, quella delle sole autovetture del 26,1% a 167.367 unità. Mentre in Germania e in altri Paesi annunciano la chiusura di stabilimenti e il licenziamento di centinaia di migliaia di lavoratori. Ora dobbiamo completare la revisione delle regole europee, imponendo il principio della neutralità tecnologica e del Made in Europe. A livello nazionale è in funzione il piano automotive con contratti di sviluppo adeguati alla taglia delle PMI per sostenere il rilancio della componentistica».

L’arrivo di un produttore cinese è tramontato per sempre?

«Affatto, anzi. Siamo nella fase decisiva. Ovviamente per produrre e non per assemblare. Siamo sempre stati chiari, sin dai MOU siglati nel 2024: in Italia porte aperte a chi utilizza la nostra componentistica».

Dossier Ilva, siamo alla vigilia del tavolo a Palazzo Chigi. Il governo ritiene prioritario l’interesse della cordata italiana?

«La valutazione spetta ai commissari straordinari e i criteri sono noti: continuità produttiva, tenuta occupazionale, decarbonizzazione del sito. Allo stato attuale vi sono due proposte vincolanti, a cui si sono aggiunte due manifestazioni di interesse, tra cui quella presentata da Federacciai con 14 aziende: un altro segnale importante della rinnovata vitalità delle nostre imprese siderurgiche. Peraltro confermata dalla crescita produttiva: a giugno +6,1% su base annuale. E, sempre riguardo al comparto, spero si concludano positivamente anche l’acquisizione di Sanac e della piemontese CNL da parte di aziende italiane».

Sui data center, esiste un potenziale conflitto tra gli strumenti normativi straordinari pensati dal governo e le leggi regionali già varate, come quella della Lombardia?

«Nessun conflitto, piena e leale collaborazione con tutte le Regioni. Le procedure nazionali che hanno riguardato data center in Lombardia corrispondono appieno ai criteri della nuova legge regionale: riuso delle aree dismesse e contenimento del consumo di suolo, energia da fonti rinnovabili e tutela della risorsa idrica».

Confindustria preme per modificare il meccanismo europeo degli Ets. Cosa può fare il governo a livello Ue? Con quali Paesi siete in sintonia?

«Abbiamo raggiunto una minoranza di blocco e non abbiamo alcuna intenzione di mollare, con noi ci sono Polonia, Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia e Ungheria. La revisione deve essere sostanziale, per recuperare competitività nella sfida globale: una revisione radicale dei parametri con cui si assegnano le quote gratuite, un orizzonte più realistico rispetto al 2039 e al 2034 per i settori coperti dal CBAM, una riflessione seria sull’ETS2 prima del 2028. Non ci accontenteremo di mezze misure».

Come procede la vertenza Electrolux?

«In sei anni in Europa sono stati chiusi 25 stabilimenti del settore. Per questo abbiamo aperto il fronte europeo, con un “non paper” sottoscritto anche da Germania, Francia e Polonia che chiede alla Commissione di riconoscere anche l’elettrodomestico come comparto. Mentre all’azienda abbiamo chiesto un piano di rilancio che salvaguardi gli stabilimenti e tuteli i lavoratori».

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