«Se la Meloni vuole il voto a scadenza naturale? Non lo sa neppure lei. La situazione è fluida, incerta. Meloni non ha ancora deciso. Va avanti guardando alla contingenza. Cosa farà il Quirinale? Registriamo.
Se vogliamo l’election day politiche -regionali? Registriamo. Se vuole votare a ottobre? Registriamo. Dobbiamo sapere cosa vuole lei.
Il Quirinale non decide, può solo registrare».
Schegge di ragionamenti a tre quarti di via del Corso, davanti alla bottega del Tartufo. Chi parla è Francesco Garofani, consigliere ombra del capo dello Stato, e dalle sue parole traspare che al Quirinale non tutti pensano che si possa mettere la mano sul fuoco sull’impegno preso ieri dalla Premier di arrivare a fine legislatura. «L’unica cosa certa - osserva l’emissario del Presidente - è che c’è una gran confusione. Io sono sconvolto per le reazioni che ci sono state in Italia al discorso della von der Leyen: cioè nessuna! È stato un discorso di altissimo livello. Addirittura l’adesione come membro associato del Canada alla Ue ha fatto incavolare Trump. Da noi, invece, il silenzio a destra come a sinistra. Silenzio bipartisan».
Già, sul Colle il paese appare come il regno del «caos». «Quel silenzio - continua Garofani - non deve meravigliare visto che in politica estera - è incredibile non c‘è una linea responsabile condivisa all’interno di entrambe le coalizioni. Una volta non era così.
Ancora mi scandalizzo perché sono un uomo della prima Repubblica e sono contento di esserlo».
La mossa sul «bollo» della Meloni invece l’uomo del Colle la trova furba. «È un provvedimento - è la sua battuta che mi trova bipartisan: ho una Volvo e una Panda, per cui un bollo lo pago mentre l’altro non più. Sarebbe stata meglio una legge che ci invitasse tutti ad andare a piedi». Già quel provvedimento varato utilizzando i rimasugli del Pnrr è la prima operazione abile uscita fuori dal «cantiere Giorgia» per la campagna elettorale. Abolire una tassa «odiosa» (parole della Meloni) come il bollo per utilitarie e motorini ha un valore simbolico di non poco conto. Ricorda l’abolizione dell’Ici voluta dal Cav. Solo che se si prende per buona l’ipotesi della premier di andare alle urne nel prossimo autunno si ha la sensazione che la mossa sia stata fatta troppo presto e c’è da domandarsi fra un anno, nel tourbillon mediatico che caratterizza ogni campagna elettorale, chi se ne ricorderà. Ecco perché l’idea di votare a scadenza naturale sembra più una rassicurazione agli alleati che sono in difficoltà per compattare la maggioranza in vista dell’ultimo voto alla Camera sulla legge elettorale. La decisione sulla data delle urne probabilmente sarà presa nei prossimi mesi guardando i sondaggi, l’andamento dell’economia, la disponibilità di risorse. Insomma sulla base di ciò che avverrà: a esempio il 22 settembre l’Istat stabilirà se il rapporto deficit/pil andrà sotto il 3%, premessa obbligata per uscire nel 2026 dalla procedura d’infrazione.
L’ipotesi tutt’altro che campata in aria che quest’eventualità non si verifichi potrebbe pesare sulle strategie della Meloni (tra i suoi, vedi il sottosegretario Mantovano, c’è una scuola di pensiero che teorizza le urne al più presto) e spingerla a stringere i tempi magari sorprendendo il campo largo ancora alle prese con il festival delle «primarie si, primarie no», o «di chi sta nell’alleanza e chi no».
Stesso discorso riguarda l’alleanza con Vannacci: la premier continua a rifiutarla mentre nella coalizione c’è uno schieramento trasversale che vuole l’accordo con il Generale. Ci sono forzisti come Benigni e Barelli, qualche leghista e molti esponenti di Fratelli d’Italia che pongono una domanda: che senso ha approvare una legge elettorale che prevede un premio se poi escludiamo Vannacci dalla coalizione? Pure qui però non mancano i dubbi: a esempio, da un sondaggio di maga Ghisleri emerge che un Vannacci quotato sulla carta il 7,4 % se andasse da solo perderebbe - a causa della campagna elettorale sul «voto utile» - solo lo 0,5% (gli resterebbe il 6,9%); se andasse invece con il centro-destra non porterebbe in dote più del 4%. Un po’ poco visto che nel sondaggio non garantirebbe il 42% necessario per raggiungere il premio. Inoltre spingerebbe Calenda verso il campo largo.
Per cui dentro il «cantiere Giorgia» c’è molta prudenza: il calcolo sul generale è complicato.