Nelio Biedermann è l’enfant prodige che, da Zurigo, sta affascinando il pubblico e i critici letterari d’Europa con
I Lázár (Guanda), storia di una nobile famiglia ungherese che attraversa il Novecento e il cui declino si intreccia al disfacimento del Vecchio continente. Certo le vendite (meritate) sono aiutate anche dal «fenomeno Biedermann»: uno scrittore di 22 anni, con una famiglia d’origine aristocraticissima, esule in Svizzera e un viso che è stata la maggiore attrazione dei fotografi a Pordenonelegge, dove ha presentato il romanzo, che anche da noi è subito finito in classifica.
Nelio Biedermann, quando ha iniziato a scrivere?
«A sedici anni. Ho iniziato subito a farlo regolarmente, ogni giorno. I Lázár è il mio secondo libro, il primo è uscito per un piccolo editore svizzero».
Come è nato I Lázár?
«Sono stato ispirato dalla storia della mia famiglia, i cui racconti mi hanno circondato fin da bambino; quindi si può dire che il romanzo sia nato prima ancora che lo abbia iniziato a scrivere. La mia famiglia apparteneva all’aristocrazia ungherese e, dopo la rivolta del ’56 e l’invasione russa, i miei nonni sono fuggiti in Svizzera. I Lázár attraversano vicende simili: le due guerre mondiali, l’esproprio dei beni da parte dei comunisti, l’invasione sovietica dell’Ungheria. I personaggi sono basati sui miei familiari, però ho voluto creare un tipo di racconto in cui non si riesca a stabilire con precisione che cosa sia frutto dell’immaginazione e che cosa sia reale».
La sua famiglia possedeva castelli come nel romanzo?
«Sì. Quei castelli esistono ancora, anche se sono diventati proprietà di privati o dello Stato. Sono andato a vederli molte volte da bambino e ci sono tornato durante le ricerche per il romanzo: uno è un hotel, un altro è una clinica psichiatrica, un altro ancora è in rovina».
Nel libro c’è un senso di nostalgia verso quell’epoca perduta.
«Il modo in cui i miei antenati mi hanno parlato del passato mi ha influenzato e direi che sicuramente la nostalgia è qualcosa che viene da loro; però io non sono nostalgico: non vorrei quei castelli, mi piace vivere a Zurigo».
In effetti non è tenero verso i vecchi aristocratici ungheresi...
«Non volevo dipingerli soltanto come vittime. Certo, quello che è successo è orribile e hanno perso tutto, però in precedenza erano ricchissimi, fra i più potenti del Paese, e volevo rendere questa complessità nel modo più oggettivo possibile. D’altra parte, intrecciare la storia della mia famiglia con quella del Novecento non è stata una scelta, perché sono strettamente legate. Non è colpa dei miei antenati se perdono tutto: è la Storia che interferisce e plasma le loro esistenze, è la Storia che ne provoca la caduta. Il romanzo storico permette proprio di mostrare gli effetti dei grandi eventi sulle persone reali».
Quale vicenda ha influito di più sul loro destino?
«Per i miei familiari, l’avvento del regime comunista, che li ha espropriati di tutti i loro averi. Durante la Seconda guerra mondiale erano riusciti a condurre ancora un’esistenza quasi normale, mantenendo beni e posizione, ma con l’arrivo dei russi hanno dovuto abbandonare tutto in ventiquattr’ore e scappare a Budapest; e poi, dopo il ’56, sono dovuti fuggire dall’Ungheria. Per loro è cambiato completamente tutto».
Il protagonista Lajos, che sarà l’ultimo barone, durante la guerra è di fatto complice dei nazisti. È accaduto anche nella sua famiglia?
«Non è qualcosa su cui abbia molti elementi, se non una foto del mio bisnonno in alta uniforme: era barone, quindi occupava una posizione elevata nella gerarchia militare, ma non so quale e non so che cosa abbia fatto durante la guerra, e non sono neanche riuscito a scoprirlo, poiché nessuno ne parlava mai. Però penso che l’aristocrazia ungherese fosse legata ai nazisti, perché i nobili erano coloro che detenevano la ricchezza e il potere. Nella narrazione di Orbán gli ungheresi sono dipinti come vittime della Germania, ma in realtà hanno collaborato a lungo con i tedeschi e partecipato attivamente con loro alla guerra; soltanto alla fine sono stati occupati dai tedeschi. Se gli ungheresi non avessero collaborato, i nazisti non avrebbero potuto uccidere centinaia di migliaia di ebrei ungheresi».
L’elemento gotico da dove proviene?
«Credo che sia qualcosa che ho sempre percepito in queste storie, che per me suonavano come delle fiabe: mia mamma era cresciuta in un castello circondato da una foresta in cui andavano a caccia... Allo stesso tempo mi aiuta anche a rendere chiaro che si tratta di un romanzo, e non di una biografia famigliare».
Lei è molto giovane e, nonostante oggi la moda sia l’autofiction, ha scelto una forma letteraria classica come il romanzo. Perché?
«Non è che non mi piaccia l’autofiction, anzi, Knausgård è uno degli autori che più mi ha ispirato, sebbene il suo lavoro sia totalmente diverso dal mio; ma sentivo che il romanzo sarebbe stato il mezzo più potente per raccontare questa storia, per seguire i Lázár nei secoli, anziché scrivere delle mie riflessioni e delle mie ossessioni. Alla fine, il romanzo ti mostra che cosa sia essere umano ed essere vivo, e questo è quello che fa la letteratura».
Fra i tanti personaggi, qual è il suo preferito?
«Imre, lo zio del protagonista. Non è molto importante, è un outsider: perde la testa perché legge i Notturni di Hoffmann... Sopravvive a quasi tutti i personaggi ed è sempre sottostimato perché è pazzo, ma vede il futuro com’è. Nero».
