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Letteratura

La solitudine di Aldo Moro “dimenticato” dagli States

I documenti desecretati degli archivi Usa dimostrano il mancato aiuto durante il rapimento

Un affare interno. Aldo Moro

Ci sono svariati tipi di sovranismo. È esistito anche un sovranismo democristiano, quello di una sinistra Dc incarnata da Aldo Moro che immaginava per l’Italia un ruolo più libero dal controllo americano di quanto fosse ammissibile nella logica dei due blocchi che caratterizzavano la Guerra fredda. I comprensibili tira e molla, tra Italia e Usa, erano iniziati già nel 1948. Si articolavano sia sulla composizione dei governi del Paese sia sulle posizioni di politica estera. Nei governi della seconda fase del centrosinistra (1968-1972), Moro mantenne a lungo l’incarico di ministro degli Affari esteri (nel secondo e nel terzo governo Rumor, nel governo Colombo e nel primo governo Andreotti), durante il quale proseguì la politica filo-araba del suo predecessore Fanfani. L’esito di queste scelte fu il così detto «Lodo Moro»: in veste di Capo della Farnesina, Moro riuscì a strappare a Yasser Arafat la promessa di non porre in atto condotte di terrorismo in territorio italiano. Negli stessi anni Moro dovette far fronte anche alla difficile situazione creatasi a seguito del golpe di Muammar Gheddafi in Libia (1969), Paese fondamentale per gli interessi italiani non solo per i legami coloniali, ma anche per le sue risorse energetiche e per la presenza di circa 20mila nostri concittadini, che lì risiedevano.

Così l’autonomia del leader democristiano scontentò più di un presidente Usa, sia che si trattasse di democratici che di repubblicani. Altrettanto disturbante la sua scelta di andare verso governi di unità nazionale, anche per contrastare la pressione dei terroristi delle Brigate rosse. Proprio per questo, nel 1978, stava lavorando all’idea di un governo di unità

nazionale con l’appoggio esterno del Pci. Da questo punto di vista godeva della sponda di Enrico Berlinguer che tentava di mantenere le distanze da Mosca, al punto da dichiarare in un’intervista del Corriere della sera del 1976: «Io penso che, non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia, da questo punto di vista c’è l’assoluta certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento. Ma questo non vuol dire che nel blocco occidentale non esistano problemi: tanto è vero che noi ci vediamo costretti a rivendicare all’interno del Patto atlantico, patto che pur non mettiamo in discussione, il diritto dell’Italia di decidere in modo autonomo del proprio destino». Va da sé che ci fosse dello scontento sia a Washington sia a Mosca. È in questo contesto che Aldo Moro viene rapito in un ferocissimo assalto delle Brigate rosse del 16 marzo 1978, verrà ritrovato morto nel bagagliaio di una Renault 4 rossa 55 giorni dopo. Ed è questo contesto che indaga il saggio di Guido Bandera e Gabriele Moroni: Un affare interno. Aldo Moro nei documenti inediti degli archivi Usa (Neri Pozza, pagg. 368, euro 28). Il libro non asseconda nessuna teoria del complotto, ce ne sono molte che circolano e che vedono agenti della Cia o dei servizi stranieri in azione assieme ai terroristi. Piuttosto analizza con acribia i documenti segreti statunitensi che negli anni sono stati desecretati. E c’è una cosa che emerge con chiarezza: gli Stati Uniti, pur disponendo di uno dei più potenti servizi di intelligence del mondo, decisero di non intervenire in nessun modo nelle ricerche dello statista rapito, nonostante le richieste italiane. Per usare le parole dell’allora segretario di Stato Cyrus Vance in un cablogramma cifrato all’ambasciata americana d’Italia: «Abbiamo

la massima comprensione per il governo italiano e il suo tragico dilemma. Sfortunatamente, la nostra possibilità di aiutare in situazioni come il rapimento Moro è pressoché nulla. Se riceverete una richiesta di aiuto, potremmo mostrarci partecipi, ma non vogliamo incoraggiare in nessun modo l’idea che ci possa essere molto che possiamo fare in tali questioni interne».

Un modo molto diplomatico per sfilarsi. Quella della «questione interna» sarà una motivazione usata a più riprese dagli statunitensi, anche se, come tutti, avevano indizi di quanto i brigatisti fossero coinvolti nella rete del terrorismo internazionale, dagli addestramenti e gli scambi di armi con i movimenti palestinesi, ad un rapporto molto stretto, e di emulazione, con la Raf tedesca. E infatti gli apparati di polizia della Germania Ovest si dimostrarono molto più collaborativi degli Usa. Ma la resistenza statunitense era nettamente più ideologica. Gli italiani avevano voluto far da soli, soprattutto Moro, risolvessero da soli i loro problemi. Non erano bastati veti e isolamento internazionale? Oppure colpetti al governo come lo scandalo Lockheed sull’acquisto di aerei C-130? Bene, ci avevano pensato i terroristi, in autonomia, a terremotare le capacità italiane di agire in autonomia, portate avanti a torto o a ragione da Roma. Gli aiuti arrivarono solo in modo tardivo quando ormai era inutile. Un errore, un ritardo burocratico? Molto più facilmente una scelta politica. Che cambiò l’Italia e la sua possibilità di scegliere una terza via tra i due blocchi, come già era successo a livello energetico.

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