Ci sono abiti che continuano a vivere anche quando vengono riposti nell’armadio. Restano lì, sospesi nel tempo: in attesa di una fotografia, di un nome, di una voce capace di restituire loro una storia e raccontare chi li ha indossati e perché. È da questa idea che nasce In Search of Balestra, la call to action internazionale con cui Sofia Bertolli Balestra invita clienti, collezionisti, eredi e appassionati a riportare alla luce gli abiti couture firmati dal nonno, il maestro Renato Balestra. Tutto parte da oltre 40 mila disegni, riconosciuti nel 2019 come patrimonio di interesse nazionale dal MiBAC-Ministero per i beni e le attività culturali. Un invito a trasformare ciò che è stato in memoria viva, perché possa diventare la radice da cui far germogliare il futuro.
Sofia, da dove nasce il progetto In Search of Balestra?
«Dal desiderio di vedere l’archivio in un modo nuovo. Come qualcosa da far vivere. Chiedo di aiutarci a cercare gli abiti, ma anche le storie di chi li ha indossati. Ogni capo porta con sé una vita e diventa memoria della nostra maison».
Quindi non cercate semplicemente vestiti...
«No. Cerchiamo emozioni, ricordi, identità. Un abito può raccontare una donna in un momento preciso della sua vita».
Come si può partecipare?
«In due modi: segnalando il capo, con il modulo sul sito balestraroma.com. E donandolo, per diventare parte attiva dell’evoluzione del marchio».
Che cosa custodiscono i 40mila disegni dell’archivio?
«Un disegno è un pensiero in movimento. Nella fotografia vediamo il risultato, nel disegno il percorso. È come se entrassimo nella testa di mio nonno».
Lei è la nipote di Renato Balestra e la direttrice artistica della maison. Quanto pesa questa eredità?
«Molto. È la parte più difficile: custodire senza diventare immobili».
Come si evita che la tradizione diventi nostalgia?
«Considerandola materia viva. Non voglio ripetere il passato, ma portarne i codici nel presente».
Qual è l’insegnamento di suo nonno che porta con sé?
«La curiosità. Mi ha insegnato ad ascoltare, a non fermarmi davanti al primo ostacolo e ad attraversare i confini».
E c’è qualcosa che vuole fare diversamente?
«Voglio coinvolgere le nuove generazioni e farle innamorare di Balestra attraverso il racconto e le collaborazioni».
Il colore Blu Balestra è un codice immediatamente riconoscibile. Che cosa significa per lei?
«È un manifesto di libertà, il colore della certezza. È identità».
Può ancora cambiare?
«Deve. Un codice che non si trasforma non è più vivo. Il blu resta, ma può essere reinterpretato».
E quali codici non toccherebbe mai?
«Il Blu e il Ricamo Pittura sono la firma. Perché ricamo, trasparenze, intarsi e dialogo tra pittura e artigianalità possono cambiare, ma il principio deve restare».
Cosa prova quando una persona segnala un abito conservato per decenni?
«Mi emoziona. Non sta restituendo soltanto un vestito: sta condividendo una parte della propria vita».
Lei contatta personalmente chi partecipa?
«Sì. Voglio sapere chi lo ha indossato e in quale occasione. Chi partecipa diventa co-autore della storia».
Che cosa vorrebbe riconoscessero le nuove generazioni nel nome Balestra?
«Autenticità, femminilità, passione. Vorrei riconoscessero anche il valore della lentezza e dell’artigianalità».
Che maison vuole costruire?
«Una casa tra passato e futuro, con l’artigianalità al centro. Non voglio vendere soltanto abiti, ma emozioni, cultura e savoir-faire. Mi piace parlare di cultural commerce».
Quali territori sente più vicini al futuro di Balestra?
«L’America e il Middle East, ma anche Giappone e Thailandia, paesi che hanno creduto nella maison fin dall’inizio».
Se suo nonno potesse vedere In Search of Balestra, cosa le direbbe?
«Penso sarebbe felice della mia dedizione e sorpreso da ciò che stiamo riportando alla luce. Vedrebbe nei miei occhi lo stesso entusiasmo che aveva davanti a un abito nuovo. Capirebbe che non sto solo custodendo la sua storia: sto dandole un futuro».
